Dario Fo: «Attaccare la cultura è un segno di debolezza del regime»

Dario Fo: «Attaccare la cultura è un segno di debolezza del regime»

Dario Fo non ha mai messo piede in Turchia ed è sicuro che questo viaggio non rientrerà nei suoi piani futuri, «del resto ci sono più di 400 teatri in tutto il mondo che rappresentano le mie opere, per seguirle tutte avrei dovuto viaggiare tutta la vita, anzi di più».

Adesso però, su decisione del Turkish State Theatres, tutte le opere del premio Nobel sono state bandite dai teatri turchi in quanto avrebbero poco a che fare con «lo spirito nazionale». La decisione è stata presa domenica scorsa: «Apriremo le nostre sale solo con opere locali al fine di contribuire all’integrità e all’unità della patria», questo l’afflato autarchico di Ankara.

Proprio quest’estate alcuni testi di Fo erano in scena nel paese di Erdogan, tra i quali Non si paga non si paga e Morte accidentale di un anarchico. Niente di personale però. Fo è in buona compagnia: sono stati messi all’indice anche autori come Shakespeare, Cechov e Brecht. Si chiama censura di regime: «Una cosa già vista, lo abbiamo fatto anche noi in altre epoche».

Come ci si sente in compagnia di Shakespeare?

Direi che essere accomunato ad un simile autore per me è un onore, una specie di Nobel, ed è molto piacevole anche essere messo al fianco dei più grandi uomini di teatro del secolo scorso. Ma la situazione è preoccupante.

Le è capitato di essere messo al bando come autore anche in altri paesi?

Ricordo che in Spagna, ai tempi di Franco, un’intera compagnia teatrale fu messa in carcere solamente per aver portato in scena una mia commedia. Diciamo che la Turchia adesso si accanisce contro il teatro e la cultura come è già accaduto in altri paesi, compreso il nostro naturalmente. E dire che nei teatri turchi sono sempre state rappresentate moltissime mie opere teatrali, in numero anche maggiore rispetto ad altri paesi.

Anche in Italia, a proposito di censura, non ci siamo fatti mancare niente.

Sia prima che dopo la guerra, nel nostro paese la censura ha sempre colpito gli autori scomodi. La televisione italiana, per esempio, dopo quella nota vicenda o «alterco» che ha costretto me e Franca Rame ad abbandonare il video per molto tempo, per diversi anni non ha più mandato in onda nemmeno un frammento del materiale che avevamo prodotto. Quelli che hanno la mia età ricordano anche quel periodo in cui l’Italia – come fa adesso la Turchia – aveva deciso di mettere al bando gli autori e gli intellettuali stranieri. Era il fascismo. Ricordo che il regime cancellò uno spettacolo tratto da Machiavelli, La Mandragola. Incredibile: vietare un’opera del Cinquecento, di Machiavelli, in Italia.

La Turchia va in quella direzione?

Evidentemente la Turchia oggi sta facendo la stessa operazione con il pretesto di favorire unicamente la diffusione di opere che rappresenterebbero lo spirito del paese. Penso che sia un segno di debolezza, la censura non è certo indice di buona salute per il governo che la applica. Del resto è noto che in Turchia, anche in passato, sono stati perseguitati autori e intellettuali non graditi. Ricordo lo spaventoso «incidente» accaduto nel 1993 in un albergo di Rivas, in Anatolia, dove morirono bruciati trentatré intellettuali, tra cui molti scrittori e autori di teatro. Fu una vicenda drammatica che colpì tutto il mondo. Tra loro c’era anche chi aveva già messo in scena spettacoli tratti da alcuni miei lavori.

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