Dilma ha perso: destituita

Dilma ha perso: destituita

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Ha vinto il sopruso. Il senato brasiliano ha destituito la presidente Dilma Rousseff per 61 voti a 20. A governare fino al 2018 sarà ora il suo vice, Michel Temer: un golpista, per le sinistre mobilitate dal 12 maggio, quando Dilma è stata sospesa dall’incarico. Un corrotto manovrato dai grandi poteri internazionali, decisi a riappropriarsi delle risorse del paese. È andata in scena una replica in più grande stile del «golpe istituzionale» messo in atto in Paraguay contro Fernando Lugo, nel 2012. Anche allora, a capo di una variegata e traballante maggioranza, Lugo venne disarcionato dal suo vice, Federico Franco. Lì, il pretesto fu un’occupazione di terre repressa violentemente e strumentalizzata a fini politici (il massacro di Curuguaty). In Brasile, si è utilizzato la «pedalata fiscale».
Viene definita così una pratica in uso a tutti i livelli di governo, da quello federale al municipale, che consiste nel farsi anticipare i soldi dalle banche per coprire la spesa sociale e farvi fronte in un secondo tempo. Una modalità che, per quanto incongrua, non giustifica la destituzione di un presidente. Per ben altri interessi privati in atti pubblici è stato aperto un impeachment contro il presidente Fernando Collor de Mello, il primo nella storia del Brasile e dell’America latina.

Lo scandalo scoppiò nel 1992 a seguito delle dichiarazioni del fratello di Collor che svelò uno schema di riciclaggio di denaro e tangenti diretto dal tesoriere della campagna elettorale del presidente. Collor fu obbligato a dimettersi da una folle inferocita e vestita di nero: 750.000 persone che sfilarono al grido di «Impeachment subito». Dopo la destituzione, Collor se ne andò a Miami, ma dal 1994 iniziò la sua riabilitazione giudiziaria, fino alla ripresa totale degli incarichi pubblici. Il suo nome compare nuovamente nella mega-inchiesta Lava Jato, che indaga sull’intreccio tra affari e politica dell’impresa petrolifera di Stato, Petrobras.

Un’indagine dal taglio politico che ha messo soprattutto alla berlina il governativo Partito dei lavoratori (Pt), lasciando in ombra il grosso della corruzione, che coinvolge un altissimo numero di parlamentari e senatori, pronti a giudicare Rousseff. La presidente non è mai stata coinvolta in alcuna inchiesta e ha professato la sua innocenza anche dalle accuse di aver truccato il bilancio. La sua appassionata autodifesa in Senato ha suscitato applausi e commozione, ma non ha scalfitola decisione dei senatori, né potuto cambiare un copione già scritto. «È un golpe parlamentare che rientra nella strategia del governo degli Stati uniti di destabilizzare le democrazie popolari dell’America Latina», ha dettoFrei Betto, uno dei principali esponenti della Teologia della liberazione brasiliana.

Betto, amico di lunga data di papa Bergoglio, ha trasmesso a Dilma un messaggio di sostegno del papa, evidentemente caduto nel vuoto. «Prima – ha ricordato il teologo – hanno deposto Zelaya in Honduras, poi Lugo in Paraguay. E adesso Dilma in Brasile, dopo aver fatto eleggere Macri in Argentina e fatto pressioni contro Maduro in Venezuela. Il processo golpista mira a disarticolare il Mercosur, l’Alleanza bolivariana, la Celac e l’Unasur».

La prima donna presidente del Brasile, non sarà però inabilitata dagli incarichi pubblici per 8 anni come prevede la Costituzione in caso d’impeachment: la votazione, stralciata dall’altra, le è stata sfavorevole, ma non con i 2/3 richiesti. Per i legali di Dilma, che ora ricorrerà alla Corte suprema, si è trattato di una «condanna a morte politica». La stessa che si vorrebbe comminare, per via giuridica, al suo predecessore Lula da Silva, inseguito dai giudici di Lava Jato. Lula, che si è candidato alle prossime presidenziali, risulta ancora favorito nei sondaggi. Recentemente ha denunciato all’Onu di essere vittima «di una persecuzione giudiziaria» a fini politici. Alla vigilia del voto finale, Lula ha scritto una lettera dai toni analoghi a quelli di Frei Betto, indirizzata all’ex presidente argentina, Cristina Kirchner e al presidente venezuelano Nicolas Maduro, che le destre vorrebbero revocare. Ieri, Maduro ha annunciato la rottura delle relazioni con il Brasile e così ha intenzione di fare anche il suo omologo boliviano Evo Morales.

Anche ieri vi sono stati scontri e cariche della polizia e diversi arresti. I movimenti popolari continuano a manifestare in diverse città del paese al grido di «Fora Temer». Quello che si avvia ad essere il 37° presidente della repubblica e che dopo l’incarico si recherà al G7 in Cina, ieri si è fatto sentire con un breve messaggio alla nazione in cui promette che il suo «sarà un governo di pacificazione nazionale». Un governo di tutti uomini, bianchi, ricchi e corrotti, in un paese composto in maggioranza da donne, da neri, indigeni e da afrodiscendenti. E da poveri. A loro, Rousseff e prima Lula avevano rivolto buona parte delle politiche pubbliche, a partire dal programma Bolsa Familla che ha tolto dalla povertà 47 milioni di persone. Priorità cancellate dal gabinetto Temer, che ora chiuderà le porte ai Brics, alla cooperazione e all’integrazione con l’America latina.

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