Francia, prove di suicidio a sinistra

Verso le presidenziali. Pletora di candidati anti-Hollande, nessun accordo sulle primarie. Il ballottaggio rischia di essere tra destra e estrema destra. La sinistra di governo alla prova della crisi di Alstom

Anna Maria Merlo, il manifesto • 13/9/2016 • Internazionale • 744 Viste

PARIGI Prove di suicidio a sinistra. Lo schieramento della grande sinistra, dai socialdemocratici di governo fino alla sinistra critica e gli écolos, parte nella confusione per l’ultimo tratto della corsa alle presidenziali. Quanti candidati che fanno riferimento a quest’area politica ci saranno al primo turno il 23 aprile? Il ballottaggio sarà uno scontro destra-estrema destra? Il fine settimana è stato molto inteso in dibattiti, tra la Fête de l’Humanité a La Courneuve e la riunione a La Rochelle dell’ala sinistra del Ps. Il sistema elettorale francese richiede l’unità per sperare di vincere. Ma la grande sinistra è ormai lacerata: le questioni di identità (la sciagurata proposta, poi fallita, della privazione di nazionalità per i condannati per terrorismo con doppio passaporto) e quelle economico-sociali (la Loi Travail in testa) hanno creato una spaccatura che pare insuperabile. Sullo sfondo, c’è la questione europea, la scelta dell’austerità, che sta minando ogni possibilità di unità nella grande sinistra, con Hollande accusato di essere un “traditore”.
Alla Fête de l’Humanité c’è stata una sfilata di possibili candidati della parte più critica verso la presidenza Hollande: Jean-Luc Mélenchon, che spera di accentrare lo scontento sul suo nome, gli ex ministri Arnaud Montebourg e Benoît Hamon che si contendono il ruolo di miglior sfidante a François Hollande all’interno del Ps, la verde Cécile Duflot, che punta a vincere le primarie, ma limitate alla sola partecipazione di esponenti di Europa-Ecologia. Mélenchon non intende partecipare alle primarie di una sinistra allargata, con il Ps (l’impegno è, per i perdenti, di sostenere il vincitore), perché ritiene che la frattura con Hollande sia ormai consumata e irrecuperabile. Il Pcf è in difficoltà, il segretario Pierre Laurent per il momento non è candidato, ma il partito ha vissuto male lo strappo di Mélenchon, che si è lanciato per primo e da solo, sotterrando il Front de gauche (ora è leader del “parti des insoumis”). Un primo turno della presidenziale senza la presenza del Pcf – o di un candidato da esso sostenuto, come è successo nel 2012 – sarebbe l’accettazione della definitiva marginalizzazione. Cosa succederà poi alle legislative, senza accordi locali con il Ps? Per Jean-Christophe Cambadelis, segretario Ps, è ormai “un po’ tardi” per pensare a delle primarie di unione di tutta la sinistra.

A destra del Ps, l’ex ministro Emmanuel Macron, è sceso in campo con il movimento En Marche! e tasta il terreno per un’eventuale candidatura da cane sciolto. Per rendere ancora più confusa la situazione c’è l’incognita Hollande: il presidente ha ormai fatto molti passi verso una probabile candidatura ad aprile, ma l’ufficializzazione non dovrebbe arrivare che verso fine anno. Non è neppure chiaro in che modo Hollande possa partecipare a una primaria Ps pur essendo ancora all’Eliseo e quanti sfidanti avrà di fronte. Montebourg, per esempio, è tentato di correre senza passare per le forche caudine delle primarie.

Gli “ego” si gonfiano, posizioni che non sono molto distanti tra loro (Montebourg, Hamon, ma anche altri due probabili sfidanti Ps, Marie-Noëlle Lienemann e Gérard Filoche) diventano quasi inconciliabili a causa dell’esasperazione dei personalismi, peccato originale delle presidenziali. Hollande ritiene di poter usare l’arma della “presidenzialità” per sbarazzarsi dei rivali, contando sul “voto utile” in suo favore, a cui si piegherebbero senza entusiasmo i cittadini che non vogliono trovarsi nella morsa di uno scontro destra-estrema destra. Ma tutti i sondaggi, qualunque sia il candidato a destra, danno Hollande assente al ballottaggio, che minaccia di essere tra il candidato che uscirà vincitore dalle primarie a destra del prossimo novembre e Marine Le Pen.

La vicenda di Alstom, in queste ore al centro dell’attualità, peserà molto: il costruttore di treni minaccia di chiudere la fabbrica storica di Belfort per mancanza di ordinazioni. Lo stato è presente al 20% nel capitale di Alstom, che paga la scelta della Sncf (ferrovie, controllate dallo stato) di non aver scelto Alstom per l’ultimo rinnovamento di treni. Hollande ha promesso ieri di “salvare Alstom”. Impegno accolto con grande scetticismo dai lavoratori minacciati di perdere il lavoro.

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