Sánchez si dimette nel caos. E il Pp ora vede il governo

Spagna. Nella guerra fratricida del Psoe vince l’ala ostile a Podemos. Rajoy spera

Luca Tancredi Barone, il manifesto • 2/10/2016 • Europa, Internazionale • 611 Viste

Il partito socialista è allo sbando, Pedro Sánchez perde e getta la spugna dopo un comitato federale che doveva chiarire il futuro del partito e che invece ha finito per farlo esplodere. Dopo una giornata convulsa, finalmente si decide di votare la proposta del segretario di congresso straordinario a novembre, con primarie tra tre settimane, giusto in tempo per poter formare il governo.

Risultato: proposta respinta, con 133 voti contro 107. Alcuni dei membri dell’esecutiva che si erano dimessi mercoledì in polemica con Sánchez non hanno votato.

A riassumere una giornata tesissima era stato alle sei Juan Antonio Pérez Tapias: «Il partito è spaccato e non c’è soluzione». Lui appartiene alla sinistra del partito, e fu uno dei contendenti di Pedro Sánchez alla segreteria; questa settimana si era schierato dalla parte del segretario nella guerra fratricida del Psoe.

Fin dalla mattinata la tensione era alle stelle. Il comitato federale doveva iniziare alle nove, ma è apparso subito chiaro che la situazione sarebbe stata difficile da gestire. Venerdì sera Sánchez in una dichiarazione aveva rivendicato di voler dare la parola ai militanti per chiedere loro se volevano un governo alternativo a quello di Rajoy e aveva offerto esplicitamente la sua testa nel caso il partito avesse scelto invece l’astensione (che permetterebbe al leader di destra di assumere il governo). Ma semplificare la guerra senza quartiere scatenata nel partito nella pur cruciale decisione sul prossimo governo evita di affrontare la profonda crisi del Psoe, non solo elettorale, e che fra i suoi detrattori non c’è solo la potente presidente andalusa Susana Díaz, certamente contraria alla formazione di un governo alternativo a Rajoy, ma anche gente come Ximo Puig, presidente valenziano, che con Podemos governa ed è per il No a Rajoy. Il partito è arrivato a chiedere aiuto alla polizia per la gestione dell’ordine pubblico fuori la sede, e infatti ieri via Ferraz a Madrid era chiusa al traffico e centinaia di militanti hanno presidiato tutto il giorno l’ufficio socialista per fischiare i dissidenti.

Per tutta la giornata le due fazioni, quella fedele a Sánchez e quella dei ribelli, si sono scontrate sulle procedure, sull’ordine del giorno, su cosa si dovesse votare (un congresso straordinario? L’intervento di un comitato di gestione del partito che rilevasse la direzione? Che intervenisse il comitato di garanzia?) e su chi avesse diritto al voto – i ribelli sostenevano che i 18 membri rimanenti dell’esecutiva federale non avessero diritto al voto perché la dimissione mercoledì degli altri 17 aveva dissolto l’organismo. Sánchez aveva provato a proporre che lunedì i dissidenti si reincorporassero all’esecutiva per approvare la celebrazione di un nuovo comitato federale sabato prossimo. Bocciata anche questa mediazione.
Finalmente verso le 18 sembrava che si dovesse iniziare a votare se convocare un congresso straordinario; Susana Díaz era d’accordo. I dissidenti cedono al voto segreto. Ma l’urna viene nascosta dai fedeli di Sánchez, si inizia a votare nel caos, senza controllo, fra grida di «golpe» dei ribelli. Molti fedelissimi del segretario generale iniziano a criticarlo, lamentandosi di come si sta gestendo la caotica riunione. Esplode la ribellione, situazione inaudita nel Psoe. Tutto sospeso, è caos, alcuni piangono.

I ribelli iniziano a raccogliersi le firme per una mozione di censura contro il segretario. Serviva il 20% dei 253 membri del comitato federale presenti per metterla ai voti. Di fronte all’accaduto, ne raccolgono 130 in pochi minuti. Ma la presidenza, controllata da Sánchez, non accetta la validità delle firme.

Finalmente, colpo di scena: verso le 19.30 si decide di votare, stavolta con voto palese, la proposta di Sánchez di celebrare il congresso. È questo il voto che il segretario perde. Subito dopo, alle 20.20, prende la parola e si dimette. Si dissolve la possibilità di un governo alternativo a quello di Mariano Rajoy. Improbabile che il partito mantenga il granitico No al Pp (che porterebbe a nuove elezioni), è possibile che almeno alcuni dei deputati si astengano. Ne basterebbero 11 perché Rajoy possa superare una nuova sessione di investitura entro il 31 ottobre. È questo che fa scrivere al leader di Izquierda Unida Alberto Garzón in un tweet: «Il voto in via Ferraz l’ha vinto il Pp».

Comunque, la posizione finale del partito la deciderà un nuovo comitato federale, che probabilmente verrà convocato per sabato prossima. Intanto questa settimana il partito lo guida un comitato di gestione provvisorio.

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