Ue-Londra: eserciti schierati in vista del Brexit

Hard o Soft?. Merkel risponde a May: mercato unico solo con libera circolazione delle persone. Gli uomini di Bruxelles si preparano al negoziato. La Francia esulta: siamo di nuovo la quinta potenza (grazie al crollo della sterlina)

Anna Maria Merlo, il manifesto • 7/10/2016 • Europa • 642 Viste

Siamo in fase pre-bellica, gli eserciti si schierano: alla premier britannica, Theresa May, che al congresso dei Tories a Birmingham ha abbracciato l’ipotesi di un “hard Brexit”, ieri la cancelliera tedesca, Angela Merkel, di fronte alla Federazione tedesca dell’industria (Bdi) a Berlino ha ribadito che “il pieno accesso al mercato unico europeo è legato alla libera circolazione” dei cittadini. E’ la posizione della Ue, che non cambierà nel corso del negoziato con Londra, che si annuncia “non facile”, ha detto Merkel: Bruxelles non puo’ cedere su questo punto centrale, perché rischia di indebolire il potere di attrazione della Ue. Nella versione di Merkel ieri, “scateneremo in tutta Europa un movimento in cui ognuno farà solo quello che vorrà”, chiedendo eccezioni. Da una parte e dall’altra, una deroga al principio di libera circolazione è considerata una linea rossa che non si puo’ oltrepassare. Per Theresa May in versione “hard Brexit” lasciare aperte le frontiere ai lavoratori stranieri significherebbe tradire il risultato del referendum. Addirittura, la nuova ministra degli Interni, Amber Rudd, ha affermato che le imprese britanniche dovranno pubblicare le liste dei dipendenti stranieri e che assumere non britannici deve diventare più difficile. Amber Rudd ha fatto riferimento a un visto di lavoro che dovrà verificare preventivamente “che la gente viene qui per colmare le lacune del mercato del lavoro, non per prendere dei posti che possono occupare i britannici”. Le restrizioni potrebbero anche valere per gli studenti. Al congresso dei tories è stato evocato il caso dei medici stranieri, che lavorano al National Health Service (ricoprono un quarto dei posti), sollevando forti inquietudini in Gran Bretagna.

A Bruxelles aspettano un chiarimento sulle confuse posizioni di Theresa May e del suo governo, che è spaccato, tra hard e soft Brexiters. Il ministro delle Finanze, per esempio, Philips Hammond, difende un soft Brexit che permetta di salvaguardare un accesso al mercato unico europeo, come vorrebbe il mondo degli affari. Ma Merkel ha ribadito ieri che il mercato unico presuppone “il rispetto delle 4 libertà fondamentali, tra cui la libera circolazione delle persone”. La Gran Bretagna dovrebbe uscire anche dall’Unione doganale, che impedisce ai paesi membri di firmare accordi di libero scambio con terzi: per Theresa May, “noi abbracceremo ormai il mondo intero, commerceremo con l’intero pianeta, per essere più grandi”. Ma, nei fatti, c’è l’ambiguità del Great repeal Act, sbandierato da May come il simbolo della rottura con i diktat di Bruxelles, ma in realtà lo strumento per reinserire nella legislazione britannica tutte le norme europee (si tratta di circa 80mila leggi). Il mondo della finanza è in attesa, perché l’ipotesi di un hard Brexit comporterebbe la perdita del prezioso “passaporto” europeo, che permette alle banche della City di effettuare transazioni in euro. Hanno calcolato che senza il “passaporto” la finanza potrebbe perdere sui 43 miliardi di euro e anche molti posti di lavoro.

A Bruxelles, aspettano. Theresa May ha detto che attiverà l’articolo 50 entro fine marzo 2017, poi ci saranno almeno due anni di negoziati “difficili” secondo la Commissione. I modelli di accordo vanno da quello Ue-Svizzera o Ue-Norvegia, che sono più stretti (sono in Schengen, per esempio, e pagano contributi a Bruxelles), a quello molto blando con il Canada, di solo libero scambio, che non partecipa a nessun programma comunitario (ma in prospettiva c’è il Ceta). Lo schieramento dei negoziatori è pronto: il francese Michel Barnier è M.Brexit per la Commissione, in carica dal 1° ottobre, al Consiglio c’è il diplomatico belga Didier Seeuws per valutare l’impatto anche politico del Brexit, mentre all’Europarlamento, che dovrà votare l’accordo, battaglia l’europeista (liberale) Guy Verhofstadt. Intanto, a Parigi c’è già una prima soddisfazione: la Francia è tornata ad essere la quinta economia mondiale, grazie al crollo della sterlina di questi giorni.

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