Assolto Marino: «Romani ingannati». Il mandante è il Pd

Non colpevole, finisce il processo sugli scontrini e sulla sua onlus. L’ex sindaco: «Il mio impegno per Roma e il Paese prosegue»

Giuliano Santoro, il manifesto • 8/10/2016 • Politica & Istituzioni • 3056 Viste

ROMA Le nubi si addensano sul bilancio del Campidoglio, Roma è ancora in attesa di capire se e come si muoverà la giunta insediatasi ormai da tre mesi, piovono richieste di archiviazione per Mafia capitale. Si riapre uno squarcio sul passato prossimo e ricompare un personaggio che pareva uscito di scena: ecco Ignazio Marino, il sindaco fatto fuori dal suo partito, la cui vicenda aveva certificato la crisi profonda del Pd romano. Marino era imputato di peculato e falso in relazione all’utilizzo della carta di credito del Comune e accusato di concorso in truffa per compensi destinati a collaboratori fittizi impiegati nella spedizione di aiuti sanitari in Congo e Honduras. Due fatti distinti, uno connesso all’ipotesi di «spese pazze» legate alla carica di sindaco, il secondo nella funzione di rappresentante legale di una Onlus, che la procura di Roma ha deciso di accorpare. Il pm aveva chiesto tre anni. Secondo il gup il primo caso «non sussiste» e il secondo «non costituisce reato». «Marino ha pianto in aula», rivela il suo legale Enzo Musco. A poche ore dall’assoluzione ricompare davanti a Montecitorio con sorriso di sfida.

Si era dimesso da sindaco giusto un anno fa. Poi ci aveva ripensato, e dopo giorni di indecisioni e lotte intestine c’erano volute le dimissioni dal notaio di 26 consiglieri comunali per farne decadere il mandato. La città è finita prima in mano al commissario Francesco Paolo Tronca e poi alla nuova maggioranza pentastellata. «Mi dimisi sotto pressioni politiche e mediatiche gravissime e infanganti – rievoca oggi – Centinaia di migliaia di romani sono stati violentati da un piccolo gruppo di una classe dirigente che si è rifugiata nello studio di un notaio, invece che presentarsi in aula e spiegare se avevano o meno fiducia nel loro sindaco». Gli domandano se si aspetta che qualcuno si farà vivo per fare ammenda. «Le scuse richiedono capacità di analisi, una dote di umiltà e onestà intellettuale», risponde lui.

Ieri ha ricevuto le telefonate di Walter Veltroni e Massimo D’Alema. Ci tiene ancora più di prima, Marino, a presentarsi come il «marziano della politica»: «Un preside di un’importante università statunitense mi ha comunicato il suo sostegno», precisa. Coglie la palla al balzo quando si tratta di ragionare del comportamento di Matteo Renzi, che viene considerato dal drappello di suoi sostenitori che lo accompagna in conferenza stampa come il vero mandante della suo impallinamento: «Sono un chirurgo, non uno psicologo – attacca – Avviata l’inchiesta Mafia capitale e indetto il giubileo straordinario, intelligenza politica e strategica avrebbero richiesto un comportamento diverso. Invece, il presidente del consiglio si è rifiutato di parlare con il sindaco della capitale». Rivendica il suo piano di rientro: «Quando era sindaco Francesco Rutelli il debito era aumentato di 892.937 euro al giorno. Con Walter Veltroni si è scesi a 416.476 euro e con Gianni Alemanno a 450 mila euro. Con la mia amministrazione l’aumento medio era sceso fino a 13 mila euro al giorno». In sala, davanti a lui, ci sono Francesca Danese e Alessandra Cattoi, cui aveva assegnato le deleghe alle politiche sociali e al patrimonio. Lo aspetta per un lungo abbraccio Luigi Nieri, che è stato il suo vice e che si dimise prima ancora di lui.

Matteo Orfini, il commissario del Pd romano, ha spiegato in un tweet che il Pd fece fuori Marino per incapacità e non per la faccenda degli scontrini. A Otto e mezzo su La7 gli fa eco la ministra Maria Elena Boschi: «Il problema era come governava la città».

Marino ritorna sulla sfiducia ai suoi danni: «Qualcuno ha detto che è stato organizzato un golpe e che alla fine di questo golpe ci si è ritrovati con la città in stallo – dice – Una città che adesso è in difficoltà perché per un anno ha perso una guida amministrativa, che buona o cattiva doveva essere valutata dai romani e dalle romane». Ne ha anche per Virginia Raggi, che attraverso la sindacatura del Campidoglio gli aveva chiesto 600 mila euro di «danno d’immagine» a causa dei processi. «Il giudice ha detto che c’è nessun danno d’immagine – risponde – Ma vengo dal mondo della scienza e non porto rancori, faccio analisi. Mi aspetto che si impegni come ho fatto io». Che ne sarà del suo futuro? «Ho il dovere morale di continuare ad impegnarmi per il mio paese e la mia città», dice. E fa una citazione biblica: «Sa cosa dice il Qoelet? Ogni cosa a suo tempo». E va via, mentre una sostenitrice gli dice all’orecchio: «Sindaco, adesso ci si apre il futuro».

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