«Basta stragi! Fermiamo le guerre». La nonviolenza attiva si rimette in marcia

«Basta stragi! Fermiamo le guerre». La nonviolenza attiva si rimette in marcia

Il movimento pacifista torna in piazza, anzi in marcia. Sono passati ormai cinquantacinque anni dalla prima Perugia-Assisi organizzata dal teorico della nonviolenza attiva Aldo Capitini contro tutte le guerre e le diseguaglianze che le producono.

In una scena politica internazionale segnata dalla guerra fredda e dalla paura per il rischio di un olocausto nucleare, intellettuali, ma soprattutto movimenti laici e religiosi erano scesi in piazza per mandare un messaggio in controtendenza rispetto alle ideologie dominanti in materia di guerra, pace e obiezione di coscienza. Nascevano la bandiera della pace e un movimento di movimenti che avrebbe accolto sindacati, ong, comunità di base e organizzazioni della sinistra. Nel 1985, nel pieno della difficile prova dei movimenti contro gli euromissili, si svolgeva una delle edizioni più partecipate contro le spese militari.

Venendo ai tempi recenti, sono ancora fresche nella memoria di molti le immagini delle marce dei primi anni Duemila ai tempi delle «guerre umanitarie» e del «conflitto preventivo» contro il terrorismo.

Nell’appello «Basta stragi! Fermiamo le guerre», lanciato dalla Tavola della pace e dalla Rete della pace, tornano oggi forti le preoccupazioni per il nostro presente carico di «tensioni e conflitti». Accanto al tradizionale appello contro tutte le guerre figurano gli altri temi chiave della politica, «problemi complessi ignorati e sottovalutati da lungo tempo»: dalla miseria alla «distruzione di posti di lavoro», alla «devastazione ambientale» e al «cambiamento climatico». In questa prospettiva si suggerisce anche di interpretare la riemersione della questione del terrorismo: mai citato esplicitamente nell’appello, ma ancora centrale in quella retorica securitaria dilagante in Europa e negli Stati Uniti che «aumenta le paure, accentua le divisioni, avvelena i rapporti e allontana le soluzioni».

«L’Europa che oggi conosciamo non ci piace – prosegue l’appello – ma questo non vuol dire che possiamo buttarla via» e tornare alle frontiere nazionali, ai muri e ai confini. Oggi più che mai la questione migratoria si presenta dunque come un prisma che riflette le contraddizioni delle nostre società nel loro processo di chiusura e d’involuzione sociale. La consonanza con le riflessioni sulla guerra mondiale avanzate da papa Francesco circa un mese fa proprio ad Assisi è evidente e, nello stesso tempo, si inserisce in una storia comune alle tante anime che compongono il movimento di lotta per un modello di sviluppo alternativo all’ordine neoliberista.

La marcia Perugia-Assisi, del resto, è da sempre uno spazio aperto in cui la dimensione della testimonianza di pace, caratteristica di un certo tipo pacifismo dalle diverse venature filosofiche e religiose, non è slegata dall’impegno politico e dalla contaminazione con le variegate culture dell’altermondialismo. Nelle ultime edizioni si è registrato un calo della partecipazione dovuto in parte anche alle fratture interne che hanno scandito, del resto, la storia della marcia dagli anni Novanta.

La scommessa dichiarata dai movimenti consiste nel rilanciare la partecipazione attorno alle nuove urgenze e proporre un’uscita da quello stato di guerra permanente su cui gioca oggi il futuro politico dell’Europa e del mondo.

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