Samira l’operaia e il sabato in fabbrica «Così devo dire addio ai miei figli»

La protesta alla Magneti Marelli di Bologna, che cambia i turni per i tanti ordini

Claudio Del Frate, Corriere della Sera • 10/10/2016 • Lavoro, economia & finanza • 645 Viste

«La prospettiva? Vedere mio marito solo al cambio del turno e i miei figli a 18 anni quando se ne andranno di casa». Un po’ ci scherza sopra, Samira, 42 anni, operaia addetta allo stampaggio di materie plastiche. Ma il problema che lei e tante sue colleghe e colleghi devono affrontare è molto serio. La Magneti Marelli di Crevalcore (Bologna), azienda in cui lei e il marito lavorano, ha comunicato una nuova organizzazione dei turni che porterà i dipendenti a stare in fabbrica 5 sabati su 6 (riposando in uno degli altri giorni della settimana) per fare fronte a un picco di ordinativi.

Certo, la situazione fa invidia a molti altri luoghi dove gli impianti girano a ritmo ridotto ma qui si apre uno scenario inedito: come conciliare tempi del lavoro e tempi di vita, specie in una fabbrica dove su 400 dipendenti un quarto sono donne e molte hanno il marito come collega? Il quesito ha convinto i lavoratori bolognesi a incrociare le braccia venerdì e sabato per uno sciopero indetto dalla sola Fiom ma che ha raccolto adesione unanime. Oggi sindacati e azienda tornano a vedersi per cercare una soluzione.

Ma come cambierebbe la vita di Samira e delle altre se i nuovi turni partissero? «Non avrei più tempo di seguire i miei due figli di 4 e 6 anni — racconta l’operaia, marocchina, in Italia dal 1997 —, già oggi devo fare delle gran corse per portarli all’asilo, a scuola, per tenere testa agli impegni familiari e di lavoro. Il fine settimana è l’unico momento in cui posso spendere tempo con loro ma se io e mio marito dovessimo lavorare anche al sabato, addio. Addio anche la domenica, perché se capitasse il turno di notte, dovremmo anche riposare per poterci ripresentare in fabbrica il lunedì. E parlo solo degli affetti. Perché poi ci sono i costi: dovrei farmi aiutare da una baby sitter che, fatto un rapido conto, ci costerebbe almeno 200 euro al mese…».

Obiezione facile: non volete lavorare il sabato quando in Italia in tantissimi non lavorano nemmeno gli altri giorni della settimana… «Ma noi siamo pronti ai sacrifici — ribatte Samira — conosco bene quali sono le esigenze della fabbrica. D’accordo lavorare qualche sabato, ma non così tanti. Anche perché non c’è alcun vantaggio economico, sarebbe una giornata pagata come tutte le altre».

Nel caso, lei o suo marito sareste disposti a rimanere a casa rinunciando allo stipendio per badare ai figli e alla loro educazione? «Purtroppo non possiamo permettercelo, con il mutuo della casa, le bollette e le rette della scuola due buste paga ci servono. Con i soldi che arrivano possiamo permetterci al massimo una pizza tutti assieme al mese. Ammesso di averne il tempo…».

Claudio Del Frate

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