Vertice Ue: l’ingombrante Mrs.Brexit

Vertice Ue: l’ingombrante Mrs.Brexit

La Brexit scalda subito il vertice di Bruxelles, con Francois Hollande che risponde duro alla premier britannica Theresa May: «Se vuole una Brexit dura, avrà anche negoziati duri per uscire dall’unione», ha detto il presidente francese prima dell’inizio del vertice. La Gran Bretagna del resto ha strappato il ruolo principale al Consiglio europeo che si conclude oggi a Bruxelles. Non solo per il Brexit e le sue modalità. Ma su tutti i fronti pesa la posizione britannica, che May vuole mantenere «piena e intera fino all’uscita», creando non poco imbarazzo e problemi, per l’incertezza che fa planare sul futuro della Ue. Già minato dalla crisi economica di cui non si vede la fine. Mario Draghi, ieri, oltre a insistere ancora sul tasto delle «riforme strutturali», ha scelto di lasciare la situazione immutata: il quantitative easing sarà in vigore fino a marzo, poi verranno prese eventuali decisioni (che potrebbero già venire delineate a dicembre), con 80 miliardi di euro al mese e tassi di interesse a zero invariati, di fronte a «una ripresa modesta», anche se il presidente della Bce la vede «costante», con «un aumento globale dell’inflazione» (che ad agosto era sullo 0,2%). La prospettiva, però, per Draghi resta «soggetta a rischi di ribasso», di tutta l’economia, e per questo c’è ancora bisogno di «un supporto sostanziale della nostra politica monetaria».

Il primo tema abbordato al Consiglio, ieri pomeriggio, è stata la «sicurezza», su cui veglia il neo-commissario britannico Julian King: in ballo c’è l’introduzione nella Ue dell’Etias, l’Esta europeo (registrazione dei viaggiatori provenienti da paesi che non hanno bisogno di visto). Per la Gran Bretagna potrebbe essere un problema, cioè una volta fuori i cittadini britannici saranno forse obbligati a pagare (come si paga l’Esta per gli Usa). Grosso peso britannico anche sul tema della difesa: Londra mette i bastoni nelle ruote per la costruzione di una difesa europea, «la Gran Bretagna si opporrà al progetto di Europa della difesa portato avanti da Francia e Germania fino a quando farà parte della Ue», ha detto chiaramente qualche settimana fa il ministro della Difesa, Michael Fallon. Sull’immigrazione, non c’è solo il braccio di ferro distruttivo sulla libera circolazione dei cittadini comunitari (considerato dai paesi Ue un contraltare non negoziabile dell’appartenenza al mercato unico), ma la contestazione di Londra all’approccio multilaterale di Bruxelles, che intende negoziare degli accordi sul «modello Turchia» con 5 paesi africani (Niger, Mali, Senegal, Nigeria, Etiopia). Londra difende accordi bilaterali.

Peso britannico anche sulla questione all’ordine del giorno ieri: le relazioni con la Russia, in seguito ai bombardamenti su Aleppo. Nel documento finale del Consiglio c’è la «condanna severa degli attacchi del regime siriano» e dei «suoi alleati, in particolare la Russia, su Aleppo». Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, afferma che «la Ue deve tenere aperte tutte le opzioni», ivi compresa quella di un giro di vite sulle sanzioni alla Russia. François Hollande è sulla stessa linea: «tutte le opzioni sono aperte». Nei fatti, però, lunedì i ministri degli Esteri hanno escluso nuove sanzioni, almeno per il momento (la Germania ha confermato ieri). Theresa May gioca la carta dell’intransigenza, dopo che il ministro Boris Johnson qualche giorno fa ha invitato a manifestare sotto le finestre dell’ambasciata russa a Londra: «E’ vitale lavorare assieme per continuare a far pressioni sulla Russia perché cessino le atrocità su Aleppo».

Altro grande tema: il commercio internazionale, in agenda oggi. I valloni stanno facendo fallire la firma del Ceta, l’accordo Ue-Canada, negoziato per 5 anni, che avrebbe dovuto avvenire il 27 ottobre. La Gran Bretagna ha tutto interesse a questo fallimento, per aprire la strada a un accordo al ribasso Londra-Ottawa. Per Bruxelles, che ha negoziato a nome dei 28, sarebbe una ulteriore prova di debolezza. Certo, il Ceta è molto contestato, accusato di essere il «cavallo di Troia» del Ttip (accordo Ue-Usa), che è in alto mare, con il negoziato praticamente sospeso fino alla seconda metà del 2017. La Ue ha ottenuto qualcosa con il Canada, per esempio una limitazione del ricorso agli arbitrati privati (che adesso funzionano per 8 paesi Ue nei contenziosi con società canadesi). Ma resta una forte contestazione sull’agricoltura e sul rispetto della legislazione sociale e ambientale.

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