Fare l’autista per Uber non è un hobby, è un lavoro

Gig Economy. Gran Bretagna, una sentenza rivoluzionaria può cambiare la vita dei «gig workers anche in Italia, a partire dai ciclofattorini del caso Foodora

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 30/10/2016 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1575 Viste

In Inghilterra gli autisti di Uber non sono piccoli imprenditori e non fanno un «lavoretto» nel tempo libero per integrare il reddito. Sono workers, cioè lavoratori subordinati, devono essere pagati con il salario minimo, anche se non hanno una tutela contro il licenziamento illegittimo come i dipendenti veri e propri. La sentenza di primo grado di un tribunale del lavoro inglese potrebbe rivoluzionare il destino della gig-economy, l’economia on demand dei «lavoretti» online: i 40 mila autisti Uber, i ciclofattorini di Deliveroo o Foodora, hanno diritto alle vacanze pagate, alla pensione, ai diritti degli altri lavoratori.

Nel sistema di Common law una sentenza non è vincolante. Tuttavia quella di venerdì scorso è significativa perché può esprimere un indirizzo anche negli Stati Uniti dove le corti federali discutono di casi molto simili. O ispirare la cultura del nostro paese dove si sono viste le prime proteste dei riders della Foodora a Torino.

La sentenza riguarda James Farrar e Yaseen Aslam che hanno agito per conto di un gruppo di 19 colleghi. Sostengono di essere dipendenti della «start up» con il più alto valore di borsa al mondo, 62,5 miliardi di dollari, e non di essere imprenditori. Per Uber gli autisti fanno un «lavoretto», sono contrattisti indipendenti che possono scegliere dove e quando prestare la loro opera.

In un testo che non manca di ironia fulminante e uso sagace di Shakespeare e Milton, i giudici hanno scritto: «L’idea che Uber a Londra sia un mosaico di 30 mila piccoli imprenditori collegati a una piattaforma è ai nostri occhi vagamente ridicola. Gli autisti non possono negoziare con i clienti. Offrono e accettano corse attenendosi strettamente ai termini di Uber».

Ci potranno essere altri tre gradi di giudizio. Uber ha fatto appello contro la sentenza. Gli autisti ricorrenti dovranno attendere la fine del processo per ottenere un risarcimento. È stato comunque chiarito che l’azienda è responsabile delle loro condizioni di vita e di lavoro. Questo orientamento potrebbe valere in molti altri casi di ricorsi individuali e sindacali in Uber o negli altri settori della gig-economy. A novembre sono previste altre sentenze sulle cause intentate dai ciclofattorini inglesi di quattro compagnie di take away online, tra cui Deliveroo. Anche in questi casi i lavoratori lottano per essere riconosciuti come dipendenti, non come contrattisti auto-impiegati (self-employed contractors), e hanno diritto al salario minimo e alle tutele sociali.

La sentenza inglese fa a pezzi la logica dell’«uberizzazione del lavoro»: gli autisti non sono imprenditori che contrattano con i clienti delle loro corse, ma dipendono dalle valutazioni gestite dall’algoritmo di proprietà dell’azienda. Sono obbligati a rispondere alle chiamate. In caso di rifiuto l’azienda potrebbe rivalersi sull’autista che ha causato un danno di immagine. A luglio, la testimonianza di uno dei due ricorrenti – che ha guadagnato meno di 5 sterline all’ora, al di sotto del salario minimo inglese di 7,20 sterline – è stata decisiva per dirimere il problema. I drivers sono lavoratori perché subiscono «tremende pressioni» ed eseguono le direttive di un datore di lavoro.

Tale riconoscimento è decisivo per le casse del Welfare. In Inghilterra sarebbero 460 mila i lavoratori classificati strumentalmente come self-employed, e non dipendenti, con una perdita di 314 milioni di sterline all’anno di tasse e contributi. È lo stesso problema delle «false partite Iva» in Italia per le quali la legge Fornero ha cercato una soluzione, non trovandola e, anzi, peggiorando la situazione. Il caso inglese dimostra inoltre che la battaglia sulla classificazione del «lavoro indipendente» (subordinato, autonomo?) riguarda il lavoro in quanto tale.

Quello digitale è un banco di prova decisivo al punto da avere spinto il primo ministro Theresa May a promuovere un censimento sulla gig economy in Gran Bretagna dove si ritiene che lavori, ottenendo in cambio un reddito, il 6% dei cittadini. I giudici londinesi hanno accusato Uber di ricorrere a «finzioni, linguaggio contorto e a una terminologia nuova di zecca» per occultare il senso proprio delle parole. La difficoltà di dare uno status, e un nome, al lavoro oggi è un altro effetto di una nuova lotta di classe.

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