Otto miliardi per rifare il Centro Italia

È la somma stanziata da qui al 2047 per risollevare i territori devastati dal sisma, sessantadue i comuni interessati, ma la lista potrebbe allungarsi. Oggi Consiglio dei ministri straordinario per nuovi interventi

VALENTINA CONTE • 31/10/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 584 Viste

ROMA. Quasi 8 miliardi per rimettere in moto l’Italia centrale squassata dai sismi di agosto e ottobre. Per la precisione, 7 miliardi e 800 milioni stanziati dal governo per riportare in vita quanto distrutto dalle scosse, da subito al 2047. Trent’anni di “riparazione, ricostruzione, assistenza alla popolazione, ripresa economica” dei territori devastati a cavallo tra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. In tutto, 62 comuni del cratere sbriciolato. Una lista, inserita nel decreto terremoto numero 189 del 17 ottobre, destinata ad allungarsi dopo le repliche telluriche di questi giorni.

Se ne discuterà oggi nel Consiglio dei ministri straordinario. Il premier Renzi ascolterà i resoconti del capo della Protezione civile Fabrizio Curcio, del commissario straordinario Vasco Errani e dei quattro governatori, di ritorno dai sopralluoghi nelle terre colpite. E poi deciderà come procedere. Forse subito con un’ordinanza per includere i nuovi centri colpiti all’elenco dei 62. Più in là, con l’invio al Parlamento – dov’è in discussione il decreto 189 per la conversione in legge – di un emendamento con probabili nuovi stanziamenti. Il provvedimento vale 266 milioni per il solo 2016. Ma a questa cifra vanno aggiunte le risorse delle due delibere d’emergenza della Protezione civile, la prima di agosto da 50 milioni e quella di questi giorni da 40 milioni. E anche i 19 milioni donati dagli italiani: 15 milioni inviati con sms solidale al 45500 e altri 4 milioni al conto corrente della Protezione civile. Iniziative benefiche ripartite giusto ieri.
A conti fatti dunque, per i quattro mesi di questa terribile fine d’anno ci sono 375 milioni. Servono a prestare le prime cure, sistemare gli sfollati, spostare le macerie. E poi a puntellare, ristrutturare, ricostruire prime e seconde case (beneficiate al 100%), grandi e piccole aziende, esercizi commerciali, scuole, chiese, palazzi pubblici. Il meccanismo è quello del finanziamento agevolato con credito di imposta: la banca anticipa i soldi e paga ad avanzamento lavori, poi lo Stato ripiana al massimo in venticinque anni, sotto l’occhio di Anac e Corte dei Conti. Nel pacchetto ci sono anche 50 milioni per l’indennità ai lavoratori senza posto, perché l’azienda è venuta giù o perché assistono feriti o malati. E altri 30 milioni per gli autonomi, co.co.co e partite Iva: 5 mila euro una tantum. Poi si vedrà.
Nel 2017 entra in campo la manovra appena varata, con 6,1 miliardi riservati alla ricostruzione degli edifici privati (distribuiti lungo un trentennio, dal 2017 al 2047) e un miliardo alla ricostruzione di quelli pubblici (spalmati su quattro anni, 2017-2020), al ritmo di 200 o 300 milioni l’anno. Risorse a cui sommare 300 milioni di fondi europei in capo alle Regioni e da usare entro il 2023. In tutto: 7,4 miliardi che diventano appunto 7,8 miliardi, calcolando gli stanziamenti del 2016. Soldi riservati al cratere appenninico.
E per il resto del Paese? C’è Casa Italia. Il progetto di messa in sicurezza di tutti gli edifici in chiave antisismica – dalle scuole ai palazzoni di periferia – che tanti grattacapi crea al governo nel confronto con Bruxelles. A questo scopo, l’Italia chiede di mettere fuori patto – e dunque di poter sforare il deficit senza sanzioni – lo 0,2% del Pil. Circa tre miliardi e mezzo di euro. Ma l’Europa, pur disposta ad aprire i cordoni della borsa per la stretta emergenza, non ne vuol sapere di scontare anche i lavori che giudica tutt’affatto eccezionali, ma di ordinaria manutenzione.
Nella manovra il governo ha intanto piazzato un primo tassello di Casa Italia, il pacchetto Delrio per le ristrutturazioni. Incluso il potenziamento del sismabonus per abitazioni e condomini, con uno sconto più ampio rispetto al solo efficientamento energetico: detrazioni che vanno dal 70 all’85% e la possibilità di rientrare delle somme spese in metà del tempo (cinque anziché dieci anni). Eventualmente cedendo i crediti alle stesse aziende che fanno i lavori: una soluzione alla carenza di liquidità da anticipare, ostacolo frequente per questo tipo di operazioni. La misura vale 50 milioni nel 2017, poi si sale a 400 e 600 milioni nel 2017-18.
Da Amatrice a Bruxelles, dunque. Una partita miliardaria. E un bisogno di fare in fretta.

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