Addio a Fo, pugni chiusi e orgoglio grillino “Non ha piegato la testa”

Ragazzi e vecchi militanti per l’ultimo saluto al Nobel. Sul palco Raggi e Appendino con le fasce tricolori

PIERO COLAPRICO, la Repubblica • 16/10/2016 • Addii & Anniversari • 511 Viste

MILANO. È la prima volta che si piazza sul sagrato del Duomo una bara che non sia uscita dagli incensi della cattedrale. Anche da morto Dario Fo ha stravolto qualche regola, lui che ne aveva una essenziale, come amorevolmente spiega il figlio unico di Franca e Dario agli spettatori, alla folla, ai «compagni »: «Il primo passo per cambiare le cose è raccontare la nostra vita», dice Jacopo Fo.

Non è facile per nessuno, ma era così che facevano i suoi, mettendo «negli spettacoli quello che succedeva. Parlavano con gli operai nelle fabbriche (…), in scena mettevano la loro vita, non la capacità istrionica. La gente – si commuove li amava perché hanno visto qualcuno che c’era veramente (…) I miei hanno fatto una vita straordinaria e hanno ricevuto una gran quantità di amore (…) Non hanno mai piegato la testa (…) A luglio sapevamo che la malattia non dava scampo e Dario è riuscito a recitare tre ore, finite cantando. Il medico m’ha detto: “Da ateo, adesso credo nei miracoli”».
«Da-rio, Da-rio», scandiscono dalla zona della Galleria e, mentre gli scrosci d’acqua sfondano gli ombrellini venduti dai cingalesi, fioccano applausi e nessuno molla il suo posto. Prima del figlio, dal sagrato, per decisione dello stesso Fo, ha parlato Carlo Petrini di Slow food, ricordando lo stretto legame tra l’arte e la politica di chi «faceva uno sberleffo al potere» e il grammelot, il linguaggio inventato da Fo, «in cui tutti, anche non capendo le parole, si riconoscevano… ». E ci si riconosce un po’ anche in piazza Duomo. Entrandoci, la Banda degli Ottoni ha intonato «El me gatt», di Ivan Della Mea, che rimanda al cabaret, e poi «Stringimi i polsi », canzone d’amore che Fo scrisse per Franca nel ’62.
«Noi gli volevamo bene, ma si vede che il cielo non sta con lui», brontola Clelia, elegante, «di Porta Romana». «Eh, come il Dario ne nasce uno su un miliardo », aggiunge Clelia, «della Darsena». In due, hanno più di 160 anni, e 83 ne ha Pietro in giacca rossa: «Sun chì perché era troppo grande». Non ci sono meno di duemila persone. Di tutti i centri sociali, solo i ragazzi del Cantiere. L’insegna della libreria Mondadori è accesa su un inedito «Ciao Dario».
Tra la gente sono arrivati Paolo Rossi e Stefano Benni. Non pochi i teatranti, tra cui Renato Sarti del Cooperativa: «L’archivio Strehler a Trieste, il fondo Pivano chissà dove, quello di Fo a Verona, forse Milano dovrebbe interrogarsi – dice se fa bene o male a sperdere le carte dei suoi protagonisti».
A poca distanza un vecchio amico di Dario Fo, Sergio Cusani, uno dei pochi veri detenuti di Tangentopoli, e lo scrittore Roberto Saviano. C’è l’avvocato storico dei Fo, Francesco Piscopo («Abbiamo sempre vinto, e gliene hanno fatte di cause »). Non manca la prima ballerina Carla Fracci e, a commemorazione iniziata, arriva Beppe Grillo, ci sono Luigi Di Maio, Davide Casaleggio, le sindache Raggi e Appendino, entrate nel corteo, il ministro Martina, il sindaco Sala. Tanto è discreto il primo cittadino, tanto sembra alzarsi in punta di piedi gran parte dello stato maggiore pentastellato, un mix di cordoglio e orgoglio politico esibito.
Spariscono mentre la banda suona «Bella Ciao» e Jacopo solleva il pugno chiuso: «Mio padre e mia madre adesso si fanno insieme delle grandi risate. Grazie compagni».

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