Nuovi aiuti alla Grecia in cambio di riforme. Ora tocca al lavoro

Luce verde dall’Eurogruppo alla nuova tranche da 1,1 miliardo. Ora Bruxelles vuole la deregolamentazione dei contratti

Teodoro Andreadis Synghellakis, il manifesto • 12/10/2016 • Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1059 Viste

L’Eurogruppo ha dato «luce verde» perché alla Grecia arrivi 1,1 miliardo di aiuti, mentre per la somma restante ( 1,7 miliardi che dovranno essere usati dallo stato greco per pagare parte dei debiti ai privati) si dovrà aspettare sino a fine mese. Il ministro delle finanze Efklidis Tsakalotos si è detto soddisfatto, facendo capire che si tratta solo di un ritardo burocratico, dovuto al fatto che la Grecia non ha ancora presentato tutti i dati su come sono stati utilizzati gli aiuti del periodo precedente.

Nel frattempo, tuttavia, rimane aperta una serie di questioni. Il Fondo Monetario Internazionale non ha ancora deciso se e come parteciperà al programma di aiuti del paese. Secondo quanto dichiarato recentemente allaReuters da sue due alti responsabili, il Fondo non intende prendere direttamente parte al programma di salvataggio, ma preferirebbe ritagliarsi un ruolo di «consulente speciale», in modo da continuare a essere presente al tavolo delle trattative, ma con molte meno responsabilità. Bisognerà vedere cosa risponderà il governo di Berlino, che sino ad ora ha sempre caldeggiato la partecipazione attiva dell’Fmi, ritenendola una specie di super-garanzia per il rispetto delle condizioni poste ad Atene.

L’altra incognita, ovviamente, riguarda la trattativa per l’alleggerimento del debito pubblico greco. Il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha espresso l’auspicio che si possa arrivare entro l’anno ha un accordo onnicomprensivo, che riguardi sia l’implementazione delle riforme che la riduzione del peso del debito pubblico. Moscovici è convinto che si sia definitivamente superato il rischio della Grexit e che d’ora in poi si possa puntare su una reale crescita dell’economia ellenica, ma è anche tra quelli che vorrebbe che il Fondo Monetario non facesse un passo indietro.

C’è, poi, la questione dell’economia reale. L’Istituto greco per le ricerche economiche e sociale Iove, ha previsto che il Pil ellenico, nel 2016 si contrarrà dello 0.5%, mentre per l’anno prossimo tornerà al segno più, con uno sviluppo economico stimato tra l’1,5% e il 2%. Per quanto riguarda la disoccupazione, nel 2017 dovrebbe scendere al 22,5%, mentre per l’anno in corso rimarrà intorno al 24%. E il governo Tsipras, allo stesso tempo, prevede per il prossimo anno, un avanzo primario pari all’1,8% del Pil, mentre i creditori hanno posto come obiettivo da raggiungere l’1,75%.

La questione è se questi dati si potranno tradurre in un effettiva iniezione di fiducia e ottimismo all’interno della società greca, specie in quelle classi che più hanno sofferto in sei anni di crisi. Per quelle persone, ad esempio, che hanno perso il lavoro e trovano enorme difficoltà a potersi ricollocare, come mostrano le percentuali della disoccupazione, ancora fortemente problematiche.

E proprio il lavoro, rimarrà al centro del dibattito politico nei mesi a venire. Secondo quanto dichiarato dal ministro del lavoro Jorgos Katrougalos, la trattativa con i creditori dovrebbe iniziare entro la fine di ottobre: da una parte il governo greco chiederà la reintroduzione dei contratti collettivi di lavoro, mentre dall’altra si farà pressione per una ulteriore deregolamentazione, con l’aumento dei contratti individuali e aziendali e la possibilità di licenziare senza alcun limite. Due posizioni agli antipodi, con tutti i presupposti per arrivare a uno scontro molto duro.

Quanto a Syriza, domani si apre il congresso della Coalizione della Sinistra radicale ellenica. Duemila e trecento delegati discuteranno di come poter mantenere una identità e un agire di sinistra, delle proposte per far coesistere una gestione collettiva con la forte leadership di Alexis Tsipras e dei risultati del dialogo che si è aperto nei mesi scorsi con la socialdemocrazia europea. Tutto ciò, anche in previsione di un rimpasto di governo, che sembra ormai quasi certo.

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