Tsipras alla prova del nove sul mercato del lavoro

Tsipras alla prova del nove sul mercato del lavoro

I creditori della Grecia hanno approvato ieri l’erogazione di una nuova tranche da 2,8 miliardi di euro, nell’ambito del prestito accordato alla Grecia l’estate del 2015, in cambio di riforme.

Nel frattempo, il primo ministro Alexis Tsipras è tornato a ribadire che le elezioni si terranno nell’autunno del 2019, alla scadenza della legislatura.

Per capire meglio cosa stia succedendo nella realtà sociale ed economica del paese, il manifesto ha parlato con il giornalista ed eurodeputato di Syriza Stelios Kouloglou. Non nega, certo, molte difficoltà, ma rivendica il merito del governo Tsipras di aver sensibilizzato la sinistra di tutta Europa.

Per quel che riguarda la discussione sul debito greco, pensa si possa arrivare ad una soluzione entro la fine dell’anno, come dice il commissario Moscovici, o che prevarrà la posizione tedesca, con un nuovo rinvio?

Ho paura che alla fine possa prevalere la posizione della Germania, perché è ancora il paese che muove i fili in Europa. Temo, quindi, che tutto venga rimandato a dopo la fine del 2018, a dopo le elezioni tedesche. È un qualcosa di scocciante e inaccettabile, dal momento che gli stessi tedeschi insistono nel dire che quando c’è un accordo, deve essere applicato. L’accordo dice che se la Grecia applica le riforme, si deve fare l’alleggerimento del debito. Ora, però, siccome il suo paese deve votare nel 2018 ed ha dei problemi con l’estrema destra, il signor Schäuble (il ministro delle Finanze tedesco, ndr) non rispetta gli accordi che lui stesso ha firmato.

Sta iniziando la trattativa sui diritti del lavoro. Prevarrà la posizione del governo, a favore dei contratti collettivi di lavoro, o quella di parte dei creditori, che chiedono la deregolamentazione del mercato del lavoro, licenziamenti senza limite e contratti aziendali?

L’Fmi vuole creare delle condizioni che ricordano alcuni paesi dell’America Latina e anche di peggio. Il governo greco vuole rimettere in vigore i contratti collettivi aboliti coi memorandum di austerità, ma alla fine credo che non vincerà nessuna delle due parti, e che si arriverà a un compromesso. Stiamo andando verso una deregolamentazione dei rapporti di lavoro in tutta Europa, e questo credo valga anche per la Germania, specie per i giovani.

Dopo quasi due anni di governo di Syriza, quanto pensa che le posizioni della sinistra greca siano riuscite a cambiare la situazione creatasi dopo anni di durissima austerità?

Il governo è riuscito a fare meno cose di quelle che i cittadini si aspettavano. Non per mancanza di volontà, ma per il fatto che i rapporti di forza, a livello europeo, erano totalmente svantaggiosi. Hanno usato la Grecia come esempio negativo, per mettere in riga gli altri. Non è stato permesso al governo di applicare il programma che aveva proposto, con enfasi sullo sviluppo. Ma Syriza è un esempio positivo per tutto il resto d’Europa: ha mostrato l’estrema durezza di molti ambienti egemoni, ha sensibilizzato la sinistra europea ed ha insegnato molte cose anche ad altri paesi. È anche per questo che oggi vediamo il governo portoghese, riuscire a fare dei cambiamenti graduali a favore delle classi sociali più deboli.

Ora qual è la sfida più grande, per il governo di Alexis Tsipras?

Far ripartire l’economia e ridurre la disoccupazione. L’accordo impostoci nell’estate del 2015 non lascia molti spazi di manovra, e la pressione fiscale è molto alta. Ma se la Grecia riuscirà a entrare nel programma di allentamento quantitativo della Bce (quantitative easing, ndr), con il costo del denaro meno caro per le banche, si potrà iniziare a finanziare realmente l’economia del paese. Ci sono molte imprese sane, in Grecia, che possono assicurarsi finanziamenti solo pagando interessi molto più alti di quelli che pagherebbero nelle economie degli altri Stati europei. Così non potranno mai essere competitive. A Bruxelles come a Berlino devono capire che il Sud Europa ha già sofferto moltissimo. Ma se si dovessero trovare senza l’Euro, con monete nazionali forti, soffrirebbero moltissimo anche le esportazioni dei paesi del Nord Europa. Dobbiamo smettere di ballare nel salone del Titanic, rimanendo indifferenti a quello che succede nei piani inferiori.

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