La Ue non si fida: flessibilità vincolata

Legge di bilancio. Le spese per la ricostruzione e per la messa in sicurezza del territorio potrebbero essere scomputate dal deficit, ma passando per il Fondo Juncker

andrea colombo, il manifesto • 1/11/2016 • Europa, Lavoro, economia & finanza • 509 Viste

Il sisma è un terremoto anche politico. E’ più silenzioso e discreto di quello che si è abbattuto sul Centro-Italia, ma scuote dalle fondamenta il governo di Matteo Renzi. Bruxelles fa sapere di non aver affatto apprezzato la lettera di risposta del ministro Padoan ai rilievi avanzati dalla Ue. «Una delle meno costruttive» tra le 5 lettere inviate dai Paesi sotto osservazione, è la formula adoperata dalle gole profonde europee per segnalare l’insoddisfazione della Commissione, che boccia le spiegazioni dell’Italia e di Cipro mentre promuove quelle dei Paesi «costruttivi», Portogallo, Belgio e Finlandia.

Anche se non c’è nulla di ufficiale i motivi della stroncatura sono nelle linee generali noti. I pugni sul tavolo a uso referendario di Renzi e Padoan certo non sono piaciuti a Bruxelles, ma il punto dolente non è quello. I tecnici dell’Euro criticano i passaggi della missiva di Padoan nella quale si fa rientrare nel debito strutturale sia la spesa per la ricostruzione che quella per la futura messa in sicurezza delle zone sismiche. In concreto, i guardiani europei temono, come spiega brusco ma non a torto il forzista Brunetta, che Renzi voglia «fare quanto più deficit possibile mettendolo in conto al terremoto ma usandolo poi per le sue mance e mancette elettorali». Nessuno in Europa la metterebbe mai in modo così esplicito, ma la sostanza è quella.

Infatti la via d’uscita su cui puntano la Ue e la Germania sarebbe concedere i margini di flessibilità richiesti, ma chiedendo all’Italia di passare per il Fondo europeo per gli investimenti strategici, il Fondo Juncker. E’ una soluzione che permetterebbe di migliorare la situazione del debito strutturale italiano, andando così incontro alle richieste dei falchi tedeschi, ma soprattutto vincolerebbe i fondi alle spese indicate permettendo al Fondo di controllarne l’uso.

Sarà che i guardiani del rigore sono troppo malfidati? Stando ai conti per la verità no. Padoan nella lettera indica i fondi necessari per la ricostruzione delle zone terremotate in 3,4 miliardi, la stessa cifra di cui il governo ha sempre parlato in Italia. Nella legge di bilancio, partorita dopo lunghissime doglie dal governo e arrivata solo venerdì scorso al capo dello Stato, per il terremoto sono però indicati solo 600 milioni. La giustificazione del governo è che i fondi sono sparsi per i vari ministeri, ma a fronte di una disparità così clamorosa è una giustificazione che regge poco. La situazione non migliora se si guarda al decreto terremoto, quello che Renzi ha chiesto con l’abituale tono perentorio al Parlamento di approvare immediatamente come se non fosse stato proprio lui a presentarlo solo a ottobre inoltrato, oltre un mese dopo il sisma, e se non fosse la maggioranza a tenerlo in commissione Bilancio al Senato dal 25 ottobre dopo l’approvazione della Camera l’11 dello stesso mese. In quel decreto i fondi scarseggiano: 266 milioni per quest’anno, appena 81 per il prossimo.

Probabilmente la situazione è destinata a mutare considerevolmente nei prossimi giorni: calcoli fatti su un numero di sfollati che si è moltiplicato con la mazzata di domenica sono ormai archeologia. Ma i fondamentali del confronto non muteranno. Ieri Merkel ha assicurato, attraverso il suo portavoce, che il Patto di stabilità prevede «una buona porzione di flessibilità» che «può e deve essere applicata intelligentemente». E Renzi ha negato tensioni con Bruxelles: «Nessun braccio di ferro. Stiamo rispettando le regole che prevedono clausole eccezionali e un terremoto di 6.5 lo è. Non c’è nemmeno una trattativa in corso, la telenovela sulla manovra c’è da sempre».

Sono, al solito, i toni che il premier deve usare in vista del referendumi. Il “muso duro” rischia però di rendere la situazione ancora più tesa. Se la Ue non potrà non prendere atto di una situazione innegabilmente eccezionale è altrettanto vero che al momento non sembra avere intenzione di aprire i cordoni della borsa lasciando poi Renzi libero di spendere a piacimento.

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