Terremoto. La rabbia dell’Umbria

Sisma. La gente non vuole lasciare i borghi e chiede le tende. La Regione: «Prima negli alberghi, tra 2-3 mesi i container. E a primavera le casette». Ma la paura dei 5mila sfollati è di perdere le proprie terre e le loro ricchezze, famose in tutto il mondo

Chiara Cruciati, il manifesto • 1/11/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 739 Viste

La fiorita di Castelluccio pare lontana anni luce. Solo pochi mesi fa l’altopiano era invaso di colori: blu, viola, rosso e ocra di narcisi, violette, papaveri che da maggio a luglio tingono il Pian Grande e il Pian Piccolo. Ora a Castelluccio restano 12 persone, il paese è in macerie, pezzo di un puzzle doloroso: la scossa di magnitudo 6.5 di domenica mattina ha distrutto centri storici, ridotto in macerie siti religiosi, sbriciolato un simbolo, l’Abbazia di San Benedetto, messo in ginocchio l’economia, letteralmente spaccato i monti dell’Appennino. E lasciato una popolazione stanca e arrabbiata che non intende abbandonare i propri borghi.

Eppure rientrare è impossibile: Norcia, Preci, Cascia, Castelluccio sono inagibili, i centri storici devastati. Accanto alle macerie delle chiese ci sono le case, ripiegate su se stesse. E le città, con la fuga della popolazione dai quartieri dentro le mura, sono spettrali: «I residenti sono andati via, ci sono solo soccorritori e forze dell’ordine che presidiano le porte di ingresso nel centro storico», ci dice Mirko Latini, uno dei volontari arrivati da Terni che ora si preparano a rimettere in piedi le tensostrutture dismesse poche settimane fa.

Su questo si concentra la rabbia dei cittadini: all’assemblea di domenica hanno contestato il sindaco Alemanno, accusandolo di aver portato via le tende troppo presto e aver rifiutato i container per non danneggiare il turismo. Ora, le tende, le rivogliono. Le prime sono arrivate ieri pomeriggio, quattro strutture collettive per circa 400 persone, ma la situazione è troppo drammatica per restarci: «Un numero già importante di cittadini ha accettato di trasferirsi negli alberghi del lago Trasimeno – spiega al manifesto la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini – È la soluzione migliore: hanno letti, pasti, assistenza medica. Dall’altra parte, con il capo della Protezione Civile Curcio, abbiamo autorizzato strutture collettive per evitare che la gente stia nelle macchine. Ma in tenda si può stare solo qualche giorno».

La tempistica prova a darla l’ingegnere Nicola Berni, responsabile del Centro Funzionale della Regione Umbria: «La priorità è la verifica dell’agibilità degli edifici strategici: ospedali, scuole e strutture degli enti locali – ci dice – Poi si parte a tappeto con l’edilizia privata. I numeri preoccupano: tra Umbria e Marche si può arrivare a 100mila richieste di sopralluoghi. Vanno gestite il più rapidamente possibile perché l’inverno è alle porte e perché a quest’attività è collegata la ricerca delle aree sicure, non a rischio frane o esondazioni, dove accogliere la popolazione sfollata».

«Le casette? Sicuramente non prima di Natale, ci vorranno mesi. Per ragioni di trasparenza e le criticità emerse in Abruzzo (all’Aquila le strutture abitative d’emergenza hanno mostrato problemi negli allacci ed è iniziato lo scaricabarile tra ditte e enti locali), l’azienda che ha vinto l’appalto dopo il 24 agosto con gara europea ha bisogno di due mesi in più. Ma tutto sarà controllato: la ditta interviene su un progetto esecutivo approvato dalla Regione, non si può sbagliare».

Nell’attesa delle casette (la Regione parla di 7 mesi di tempo) si procede nell’immediato con soluzioni alberghiere e autonoma sistemazione e in 2-3 mesi i container. Alfiero Moretti, dirigente del Centro Funzionale, calcola 5mila persone assistite domenica, di cui 500 già portate negli hotel sul Trasimeno: «L’uso delle tende sarà minimo e riguarderà più che altro gli allevatori che vivono isolati e non vogliono lasciare gli animali», ci spiega. Intanto al Trasimeno arrivano altri autobus da Norcia, impossibile trascorrere un’altra notte all’addiaccio. Ma – come mostrano alle telecamere che li circondano – con sé non hanno nulla, se non i vestiti con cui sono fuggiti.

Il versante umbro dell’Appennino, profondamente legato alle proprie radici, vive l’incubo della scomparsa. Le famiglie qui vivono di turismo e agro-alimentare, la norcineria famosa in tutto il mondo, la produzione casearia, le lenticche di Castelluccio la cui semina a primavera ora è a rischio. Non è solo questione di case: senza lavoro è impossibile rinascere. «Il tema delle attività produttive va valutato al più presto – continua la presidente Marini – L’impianto produttivo è danneggiato, ma l’agro-alimentare deve riprendere prima possibile. E poi c’è un settore piegato, il turismo: per i lavoratori si attiverà la cassa integrazione e poi sarà ricostruito insieme al patrimonio storico-artistico».

Già domenica, a poche ore dal sisma delle 7.41, agricoltori e commercianti hanno rilanciato il consorzio “We love Norcia”, nato a fine agosto per portare i prodotti della Valnerina sul mercato mondiale. Un’economia fatta di piccoli produttori, tradizioni familiari: la gente non se ne vuole andare per non abbandonare animali e terre, quelli che da secoli regalano lenticchie, farro, cicerchie, che hanno reso famosi salami, prosciutti e salsicce, pecorino e ricotta salata, tartufo nero. Prodotti che umbri e visitatori incontrano lungo le strade tortuose che conducono a Norcia e Castelluccio, esposti direttamente dai produttori.

Al Centro operativo della Protezione Civile a Norcia ieri erano tanti gli allevatori in fila per chiedere al più presto stalle prefabbricate: «Gli animali e le aziende sono le nostre vite», diceva uno di loro a Umbria24; «Il mio capannone è crollato e non ho l’acqua», gli faceva eco un altro. L’assessore regionale all’Agricoltura ha promesso la distribuzione delle stalle dalla prossima settimana.

Da riattivare c’è anche il modello Umbria, uno strumento che dopo il sisma del 1997 si rivelò efficace: «È lo schema già previsto nel decreto terremoto ma ora andrà riaggiornato – conclude la Marini – La nostra è una regione abituata a convivere con i terremoti, ma nessuno degli eventi passati era stato caratterizzato da tre sismi in contemporanea: gli edifici sono stati fortemente provati dal primo, danneggiati dal secondo e distrutti dal terzo».

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