In Pakistan 1 milione di afgani a un passo dall’espulsione

Arrestiamo umani. Tra gli arrestati e multati da Islamabad anche Sharbat Gula, da bambina la sua foto fu l’icona della guerra in Afghanistan

Emanuele Giordana, il manifesto • 5/11/2016 • Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 926 Viste

A Sharbat Gula è andata forse meglio che ad altri afgani che, come lei, vivono in Pakistan da anni e che adesso Islamabad ha deciso di espellere obbligandoli a far ritorno a casa, dove spesso casa non hanno più. Sharbat Gula, arrestata a fine ottobre con documenti contraffatti, è stata condannata a una multa, a quindici giorni di carcere e all’espulsione. Ma non è una rifugiata qualsiasi. È la donna che divenne l’icona della guerra afgana conquistando la copertina di National Geographic con una foto di Steve McCurry.

La foto rese famosa lei e ancor più famoso lui che l’aveva utilizzata come modella nel 1984, quando lei aveva 12 anni, nel campo profughi di Nasir Bagh a Peshawar, capitale della provincia di confine dove vive la maggior parte dei 2,6 milioni di afgani fuggiti dalla guerra. Nel giugno del 1985 Sharbat Gula ebbe il suo momento di gloria mediatica senza neppure saperlo. Solo sette anni dopo si seppe di chi era il volto anonimo di quella ragazzina ormai diventata donna. Ora è anche madre. Forse la sua notorietà le ha risparmiato pene maggiori.

Degli oltre 2 milioni e mezzo di afgani che vivono in Pakistan, un milione e 600 mila sono registrati, ma un milione è senza documenti, come nel caso di Sharbat Gula. Mettersi a posto non è semplice, specie per chi vive da decenni nei campi. Nel 2009 il Pakistan ha cercato di dare il via a un piano di rimpatrio ma alla fine le cose non sono andate molto avanti. L’accelerazione è recente.

Negli ultimi mesi la polizia pachistana ha cominciato gli sgomberi: per chi vuole andare c’è un incentivo. Per chi non vuole c’è uno spintone. Nel giro di pochi mesi sono stati espulsi 400 mila afgani ed entro dicembre Islamabad ne voleva rimpatriare altri 600mila. Poi, dopo le pressioni dell’Onu, ha rinviato a marzo. Ma pare che voglia rispettare la data.

Un milione di afgani che rientrano si aggiungeranno a un altro milione e duecentomila sfollati interni cui si sommeranno gli 80 mila afgani che la Ue, che ha fatto firmare a Kabul un accordo capestro in tal senso, vuole espellere dalle frontiere europee. Una goccia se paragonati al milione del Pakistan. Chi vuole tornare sarà aiutato ma chi non vuole – e l’accordo appena firmato tra Bruxelles e Kabul parla chiaro – verrà accompagnato su aerei di linea dove nei prossimi mesi ci saranno 50 posti riservati agli espulsi. Il parlamentare Giulio Marcon ha chiesto spiegazioni al governo. Che per ora tace.

Il Pakistan ha una lunga storia di ospitalità: nel 2002 ha firmato un accordo con l’Alto commissariato dell’Onu (Acnur) per i rimpatri volontari e circa 3 milioni di afgani hanno fatto volontariamente ritorno ma per altri è davvero dura: molti di coloro che sono tornati non hanno più trovato le loro terre, confiscate da signori della guerra e banditi locali e per altri il ritorno è impossibile proprio perché sanno che la loro casa non c’è più, che in Afghanistan c’è ancora guerra e scarse occasioni di lavoro.

Quanto al Pakistan è ormai per la linea dura: c’è chi suggerisce che i rifugiati sono un problema economico e chi aggiunge che il Pakistan ha già i suoi sfollati interni per guerra o carestie. Ma c’è anche una ripicca con Kabul che Islamabad accusa di dare asilo ai talebani pachistani oltre al fatto che l’Afghanistan manovra per escludere il Pakistan dal negoziato con la guerriglia.

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