Liberati i due tecnici italiani in Libia. Dubbi sul riscatto

Libia. Cacace e Calonego, insieme al collega canadese, sono stati rilasciati: rapiti per errore, dicono alla Procura. A liberarli le forze del governo di unità, sempre più in difficoltà in un paese spaccato

Chiara Cruciati, il manifesto • 6/11/2016 • Copertina • 428 Viste

Sono stati liberati ieri i due tecnici italiani, Bruno Cacace e Danilo Calonego, e il collega canadese rapiti in Libia il 19 settembre. I due hanno già fatto rientro in Italia, dove sono stati ascoltati dalla Procura di Roma. Cacace e Calonego sarebbero stati liberati dagli uomini del Consiglio presidenziale, ovvero dal governo di unità nazionale (Gna) guidato dal premier al-Sarraj. Un punto a favore di un’entità che non riesce a garantirsi né il consenso generalizzato della popolazione né tantomeno quello dei tanti attori che controllano il territorio.

E mentre i vertici italiani, dal premier Renzi al presidente della Repubblica Mattarella, festeggiavano il rilascio e il ministro della Difesa Pinotti elogiava «il lavoro importante di uno Stato che c’è», si facevano strada dubbi sul rilascio: già un mese fa l’agenzia Middle East Eye, generalmente ben informata, aveva parlato della richiesta di un riscatto di quattro milioni di euro. Ci si chiede ora se i tre dipendenti della Conicos siano stati liberati così.

Per ora si sa solo che i carcerieri li hanno spostati in Algeria dopo la cattura a Ghat, nel Fezzan. Si tratterebbe di criminali comuni, dicono i tecnici ai pm: «I nostri rapitori non erano jihadisti, bevevano alcol e non pregavano». E, aggiungono, li avrebbero presi «per errore», una rapita andata male (nel mirino il manager dell’azienda) e tramutata in rapimento: Cacace e Calonego hanno detto di essere stati spostati svariate volte nei primi giorni, rischiando di farsi scoprire dalle forze di sicurezza libiche.

Per ora supposizioni di cui si attentono conferme o smentite. Soprattutto sull’eventuale pagamento di un riscatto, forma di negoziato usata in passato dall’Italia. Interessante da capire è anche il ruolo avuto dalle forze di al-Sarraj, che deve obbligatoriamente appoggiarsi a milizie esterne per mantenere il controllo delle zone dove è fisicamente presente. Come le milizie di Misurata, impegnate a Sirte, e come quelle tribù che hanno deciso di appoggiare il Gna più per garantirsi legittimazione internazionale che per reale convinzione.

Tra questi alcuni gruppi armati presenti in Fezzan, zona calda ma spesso dimenticata: area desertica ma abitata, dove lo Stato è quasi del tutto assente, è controllata da tribù tra loro nemiche che gestiscono traffici di armi, droghe e essere umani con l’Africa subsahariana, il 70% delle entrate della regione meridionale libica.

La Libia resta dunque spaccata. Del destino di Sirte si sa poco: pochi giorni fa gli Usa hanno interrotto in punta di piedi i raid aerei con le ultime sacche di Isis ancora in città, apparentemente invincibili. Le esportazioni petrolifere sono riprese, ma i porti restano sotto il controllo del generale Haftar e del parlamento di Tobruk. Ad intervenire, più recentemente, è stata la Cina che secondo i media locali avrebbe deciso di investire nella Cirenaica in mano ad Haftar 36 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali, a cui si legherebbe l’export di risorse energetiche.

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