COP22 sul clima: chiude i battenti una conferenza deludente

Marrakech. Nessuna sanzione per gli Stati che non mantengono gli impegni sul calo delle temperature. Unica notizia positiva arriva da un gruppo di Paesi che hanno annunciato di voler passare nel più breve tempo possibile alle energie rinnovabili

Marica Di Pierri, il manifesto • 19/11/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 580 Viste

MARRAKECH È finita ieri a Marrakech la 22° Cop delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, deludendo le aspettative di quanti si attendevano dai delegati decisioni dirimenti per il futuro del pianeta e dell’umanità.
A un anno dalla firma dell’Accordo globale, e all’indomani della formale entrata in vigore del testo approvato a Parigi da 195 parti, ancora lontanissima risulta essere la traduzione sul piano operativo degli obiettivi fissati.

Da un lato, le evidenze scientifiche che incalzano le negoziazioni: i record di temperatura che spostano in su la colonnina di mercurio anno dopo anno, la concentrazione di Co2 che supera stabilmente le 400ppm, i 250.000 morti causati annualmente dai cambiamenti climatici, gli scenari disegnati sulla base degli Ndc (contributi definiti a livello nazionale) che portano l’aumento medio di temperatura a fine secolo a +2,9/3,4°. Dall’altra, l’indolenza delle diplomazie e la difficoltà di trovare una quadra a livello globale.

Guardando da vicino i luoghi delle decisioni e ascoltando il tenore delle discussioni dei delegati seduti ai tavoli è lampante che gli strumenti di governance pur faticosamente preposti non sono sufficienti. A partire dalla mancanza di strumenti coercitivi: come può definirsi vincolante un accordo che non prevede né mai prevederà sanzioni per chi non adempie?
Tra i principali punti da sciogliere permane l’incertezza sui criteri di trasparenza per misurare gli impegni definiti a livello nazionale, come resta lontano l’obiettivo di mobilitare 100 miliardi entro il 2020 per il Fondo Verde.
Gli statement dei Capi di Stato e dei ministri si sono divisi in due registri narrativi. L’ottimismo e il trionfalismo nelle parole dei paesi del nord, la preoccupazione per i limiti implementativi e la necessità di rilanciare l’azione, nelle dichiarazioni dei paesi del sud.

Le uniche buone notizie provengono da prese di posizione volontarie. Il gruppo del Climate Vulnerable Forum – 48 tra i paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico tra cui Bangladesh, Madagascar, Costa Rica, Vietnam – hanno annunciato di voler agire immediatamente mettendo in piedi piani di azione per la transizione al 100% rinnovabili nel più breve tempo possibile e fissando come obiettivo il contenimento dell’aumento di temperatura entro +1,5°.

La dichiarazione segue l’annuncio diffuso all’inizio della settimana da parte di Usa, Canada e Messico: i tre paesi nordamericani hanno fissato ambiziosi obiettivi di riduzione di gas a effetto serra per il 2050. L’amministrazione Obama continua ad agire sul cambiamento climatico come se nulla fosse accaduto. In concomitanza con COP22, la Casa Bianca ha inviato all’Onu un piano dettagliato per centrare l’obiettivo della decarbonizzazione entro il 2050. Un obiettivo ad oggi lontanissimo, ma che lo spauracchio di Trump ha spinto ad una maggiore ambizione. Anche la Germania ha annunciato il varo della Road Map al 2050.

Il mantra ricorrente, che ha riempito le pagine dei giornali e dato il titolo alla dichiarazione finale diffusa ieri riguarda l’irreversibilità del processo avviato a Parigi. Sferzata dall’elezione del tycoon Usa, la Cop22 ha virato sulla difesa d’ufficio dell’Accordo. In questo senso le parole di Hollande in apertura della High Level Session, riprese da molti dei rappresentanti politici presenti. Nel documento conclusivo, ribattezzato «Dichiarazione d’Azione di Marrakech per il nostro clima e lo sviluppo sostenibile» – una striminzita pagina di vaghe enunciazioni di principio – si glorifica «lo straordinario slancio registrato quest’anno sul tema, uno slancio irreversibile su cui occorre andare avanti in maniera propositiva per ridurre le emissioni e favorire gli sforzi di adattamento».

Il testo si conclude chiedendo «massimo impegno politico per combattere il cambiamento climatico, quale questione di assoluto priorità e per aumentare urgentemente le ambizioni al fine di ridurre il divario tra i trend emissivi attuali e il percorso necessario per mantenere gli obiettivi di temperatura a lungo termine contenuti nell’Accordo di Parigi». Hanno scritto proprio così, come se i soggetti a dover compiere questo sforzo non fossero gli stessi che hanno firmato il documento.

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