Erdogan. Minaccia di Trexit sui migranti

Ue/Turchia. Erdogan sfida l’Europa, dopo il voto dell’Europarlamento sul “gelo” dei negoziati di adesione: “riapro le frontiere”

Anna Maria Merlo, il manifesto • 26/11/2016 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 629 Viste

 Prudenza di Germania e Francia, voglia di tagliare i ponti di Austria, Bulgaria, Belgio e Olanda. Le trattative, iniziate nel 2005, sono ferme dal 2013

La Turchia minaccia una Trexit sull’accordo del marzo scorso sui migranti, raggiunto per volontà della Germania, in risposta al voto di giovedì del Parlamento europeo, che ha solo valore simbolico, a favore di un «gelo» dei negoziati di adesione alla Ue, che si trascinano dal 2005 (e sono di fatto bloccati dal 2013). Alla vigilia del voto a Strasburgo (passato per 479 voti a favore, 37 contrari e 107 astensioni) Erdogan aveva affermato che lo scrutinio «non aveva nessun valore» per Ankara, ma ieri ha tuonato: «Ascoltatemi bene, se andate oltre queste frontiere si apriranno, mettetevelo bene in testa». E ha aggiunto: «Non dimenticate che l’occidente ha bisogno della Turchia».

Erdogan gioca sulle divisioni europee. Il voto dell’Europarlamento non ha nessun valore legale e solo una decisione del Consiglio potrebbe sospendere i negoziati di adesione. Germania e Francia mantengono una facciata di estrema prudenza, anche di fronte all’evocazione da parte di Erdogan di un possibile referendum in Turchia sul processo di adesione se «entro l’anno» non ci sarà nessuna decisione per far avanzare il negoziato. Ma altri paesi della Ue non nascondono critiche più esplicite alla Turchia, dopo la svolta autoritaria in seguito al tentativo di colpo di stato dello scorso luglio. Tra i più anti-turchi l’Austria è in testa, il 4 dicembre potrebbe eleggere presidente l’estremista di destra Norbert Hofer che ha assicurato che con lui la Turchia non entrerà mai nella Ue, ma anche la Bulgaria, il Belgio, l’Olanda, per non parlare di Cipro. A fine agosto Ankara ha richiamato il suo ambasciatore a Vienna, che da allora non è più tornato in sede. Il Consiglio comunque resta globalmente prudente, perché non vuole che venga imputata agli europei la colpa di un’eventuale rottura del negoziato di adesione, che porti alla crisi dell’accordo sui profughi, il subappalto che la Ue ha concluso con Erdogan per evitare nuovi sbarchi in Grecia e che è servito, negli ultimi mesi, a fermare, quasi, il flusso su questo fronte. In cambio, Angela Merkel aveva promesso non solo la ripresa dei negoziati di adesione, ma anche la soppressione dei visti per i turchi che entrano in Europa. Una concessione che è andata di traverso a molti, a cominciare da Vienna, dove la questione turca è argomento elettorale.

«Consideriamo l’accordo tra la Turchia e la Ue un successo comune – ha affermato ieri la portavoce di Merkel – e il suo proseguimento è nell’interesse di tutti, le minacce dai due fronti non portano da nessuna parte». Ma Martin Schulz, che lascia la presidenza dell’Europarlamento per la politica interna tedesca, si è dichiarato di recente favorevole a «sanzioni economiche» contro la Turchia. Per la Francia, «i rilanci e le polemiche sono del tutto controproducenti» in questo momento. C’è già una conseguenza della tensione crescente: l’ultimo round di negoziati su Cipro si è concluso con un nulla di fatto la scorsa settimana.

Il testo votato all’Europarlamento resta prudente: ricorda «l’impegno a favore del mantenimento del legame tra Turchia e Ue» e promette di «rivedere la posizione quando le misure repressive sproporzionate adottate dal governo turco saranno revocate». Il riferimento è al giro di vite dopo il tentato golpe: dall’imprigionamento di giornalisti e intellettuali, ai licenziamenti di massa nella funzione pubblica alla repressione sempre più feroce dei kurdi e dei loro esponenti politici, fino all’eventuale reintroduzione della pena capitale. L’idea soggiacente è che lasciare aperto uno spiraglio possa servire a frenare la deriva autoritaria in corso ad Ankara. Per Gianni Pittella, capogruppo S&D, per esempio, non bisogna «chiudere la porta», perché «molti turchi continueranno a guardare all’Europa, non dobbiamo tradirli». Ma Erdogan manda colpi a tutti, alla Ue come alla Nato: secondo l’autocrate, la Nato «non ha capito» l’entità del «complotto» di Fethullah Gülen. E minaccia di rivolgersi all’Organizzazione di Cooperazione di Shangai, fondata da Cina e Russia nel 2001, come alternativa alla Ue.

Le relazioni tra Turchia e Ue hanno ormai una lunga storia. La Turchia ha firmato un trattato di associazione con Bruxelles nel lontano 1963. Nel 2005 sono stati aperti i negoziati di adesione. Per ora, solo 16 capitoli su 35 sono stati aperti e uno è stato concluso.

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