Crisi bancarie. Doppia speculazione su Mps

Si specula sul titolo (-13,8% a Piazza Affari), anche nel giorno in cui Generali dà l’ok alla conversione in azioni di 400 milioni di sub obbligazioni del Monte dei Paschi

Riccardo Chiari, il manifesto • 29/11/2016 • Lavoro, economia & finanza • 683 Viste

In una giornata di borsa nerissima per l’intero settore bancario, con Bper che lascia sul terreno il 5,3%, Banco Popolare il 3,9%, Unicredit il 4,01% e Bpm il 3,82%, spicca il -13,8%. del Monte dei Paschi. Questo nel primo giorno di conversione in azioni dei bond subordinati della banca. Colpa del Financial Times, che in suo articolo sostiene che la vittoria del No al referendum metterebbe a rischio fallimento otto banche, tra cui Mps? La risposta al Tg3 di un addetto ai lavori come Carlo Benetti (Gam Italia Scr) è chiara: “Mescolare le complessità del sistema bancario italiano con un evento nel breve è azzardato e imprudente”. Tanto più che le voci di Piazza Affari raccontano che molti investitori avrebbero già dato conto, nelle loro valutazioni, della vittoria del No.
Anche Pier Carlo Padoan, chiamato in causa da Agostino Megale della Fisac Cgil (“Il premier Renzi e il ministro Padoan smentiscano il Financial Times”), butta acqua sul fuoco delle speculazioni, sia economiche che politiche: “L’articolo del Financial Times mette insieme tante cose, è lunedì e forse non avevano molte cose da dire”. Padoan ricorda poi che sulle otto banche citate dal quotidiano economico e finanziario della city londinese (con Mps anche Carige, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, e le quattro new bank Etruria, Marche, CariFerrara e CariChieti) i lavori sono in corso: “Sono casi diversi che vanno trattati in modi diversi, la strategia vede già diversi stadi di implementazione, con i piani di aggiustamento decisi e deliberati”.
Quello del Monte dei Paschi, vistato dall’assemblea dei soci dopo il decisivo via libera della Bce, prevede in questi giorni la conversione in azioni dei bond subordinati dei soli investitori istituzionali. E’ un passaggio importante per agevolare l’aumento di capitale da 5 miliardi deciso in estate. A giudicare dai documenti presentati in assemblea, i nuovi vertici di Rocca Salimbeni – l’ad Marco Morelli e il presidente Alessandro Falciai – calcolano una adesione per un valore nominale di 1.057 milioni di euro, pari al 25% circa del totale nominale (4.289 milioni) delle dieci sub-obbligazioni oggetto della proposta. In altre parole, per ridurre la quantità di denaro da chiedere a nuovi possibili investitori, il management e Jp Morgan hanno bussato alla porta di chi ha già in pancia le sub obbligazioni Mps, chiamandoli a garantire una parte della ricapitalizzazione.
Una risposta positiva è già arrivata da Generali, che convertirà tutti i subordinati Mps che ha in portafoglio, per circa 400 milioni. Il cda ha esaminato l’offerta e ha valutato favorevolmente la conversione, dando mandato al braccio operativo della società di precedere. Una buona notizia, ancorché annunciata, cui però dovranno aggiungersene altre in questa settimana, per arrivare a quel miliardo abbondante di cui Rocca Salimbeni fa conto per diminuire, nei fatti, l’entità della ricapitalizzazione. La quinta in soli dieci anni, che si aggiunge a quella da 5 miliardi operata dopo lo sciagurato acquisto di Antonveneta, e poi una da 3 miliardi nel 2011, una da 5 miliardi nel 2014, e una da 3 miliardi nel 2015. Totale 21 miliardi di euro, una cifra talmente grande che si commenta da sé.
Con il raggruppamento delle azioni nel rapporto di 1 a 100, entrato ufficialmente in vigore, i titoli Mps sono numericamente scesi da 2,93 miliardi a 29,3 milioni. E l’operazione di conversione dei bond subordinati dovrebbe chiudersi venerdì pomeriggio. Quanto alle altre condizioni poste dalla Bce, l’ad Morelli è esplicito: “Abbiamo avuto precise indicazioni di chiudere l’operazione entro l’anno”. Nella partita dovrebbe entrare anche il fondo sovrano del Qatar, Qia, che da tempo è in contatto con Mps e con Jp Morgan che assiste, lautamente ricompensata, Rocca Salimbeni. Da Doha dovrebbe arrivare una cifra oscillante fra i 750 milioni e il miliardo di euro. In entrambi i casi una somma sufficiente a fare di Qia il socio “forte” richiesto da Francoforte. Quanto all’ultima condizione, e cioè la cessione di tutte le sofferenze – ben 29 miliardi – a detta di tutti gli addetti ai lavori questo sarà lo scoglio più duro per riportare la banca in una condizione fisiologica.

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