Daniel Ortega rivince in Nicaragua

Managua. L’ex comandante sandinista di nuovo presidente

Geraldina Colotti, il manifesto • 8/11/2016 • Internazionale • 995 Viste

Daniel Ortega è stato nuovamente eletto alla presidenza del Nicaragua. Le urne lo hanno riconfermato domenica con il 73,2% dei voti, su circa 4 milioni di aventi diritto. L’ex comandante sandinista, che ha confermato le previsioni dei sondaggi, assumerà l’incarico il prossimo 10 gennaio insieme alla vicepresidente Rosario Murillo, un’altra storica dirigente. Governeranno fino al 2022. Al secondo posto, Maximino Rodriguez, del Partido Liberal Constitucionalista (Plc), una delle sei formazioni – tutte variamente modulate a destra -, che ha totalizzato il 14,2% dei voti. Si è recato alle urne il 65,8% degli iscritti a votare, per eleggere anche 20 deputati nazionali, 70 a livello dipartimentale e regionale e 20 al Parlamento centroamericano.

Ortega e Murillo, del Frente Sandinista de Liberacion Nacional (Fsln) hanno guidato una coalizione di 15 partiti e organizzazioni di diversi colori politici, la Alianza Unida Nicaragua Triunfa. Il Frente Amplio por la Democracia (Fad), che non ha partecipato alle elezioni ha gridato alla frode e chiesto nuovamente l’intervento esterno. Nel Fad, anche il gruppo di ex sandinisti dell’Mrs, da anni alleati con le destre, che chiedono all’Organizzazione degli stati americani (Osa) di sanzionare il proprio paese. Il segretario generale dell’Osa, Luis Almagro – che si è già distinto come portavoce delle destre venezuelane – arriverà a Managua il prossimo 1 dicembre, secondo il patto concluso con Ortega prima delle elezioni: “per stabilire un tavolo di dialogo e interscambio costruttivo”.

A fine luglio, 28 deputati – 16 titolari e 12 supplenti – del Partido Liberal Independiente (Pli) hanno perso il seggio in parlamento per decisione del Consejo Supremo Electoral (Cse). All’origine, una furibonda lotta di potere all’interno fra due blocchi contrapposti, finito in tribunale: il gruppo guidato dal banchiere Edoardo Montealegre, ex ministro dei governi liberali, e quello del giurista Pedro Reyes. Alla fine, la Corte Suprema de Justicia (Tsj) ha riconosciuto quest’ultimo come legittimo depositario del partito. Lui ha chiesto obbedienza alla minoranza, che però non ha accettato. Reyes ha invocato allora l’applicazione di una legge che impedisce ai parlamentari di cambiare casacca. Gli scissionisti sono perciò decaduti dall’incarico e il nuovo capo del partito ha potuto nominarne altri a lui affini.

Alla formazione di Montealegre avrebbero partecipato anche gli ex sandinisti dell’Mrs, che in questo modo si sono ritrovati fuori dalla competizione elettorale (secondo i sondaggi erano dati allo 0,2%). Da lì, gli inviti all’astensione e le denunce di frode. Ieri, il Fad ha dato battaglia anche sulla percentuale dei votanti, sostenendo che il livello di astensione sarebbe stato altissimo. Denunce in linea con i piani dell’ultradestra Usa capitanata dall’anticastrista Ileana Ross-Lehtinen. Un gruppo di congressisti da lei guidati aveva già fatto passare il Nica Act, per imporre sanzioni economiche al paese centroamericano.

Il consenso di Ortega e del Fsln (che dal 1984 è il primo partito e ha mantenuto sempre almeno il 37% dei voti) è tuttavia indubbio. Dopo 17 anni di governi neoliberisti, è riuscito a tirar fuori il paese dall’abisso, costruendo un’alleanza anche con i settori imprenditoriali interessati alla crescita dell’economia nazionale, che ha fatto registrare un aumento annuale del 4,5%. Nel 2007, ortega aveva ereditato il secondo paese più povero dell’America latina. Nell’ultimo decennio, grazie alla cooperazione di Cuba e Venezuela all’interno dell’Alba e alle politiche pubbliche, il Pil è cresciuto del 40%.

Vale sottolineare, inoltre, che il 45% del Pil è costituito dall’economia popolare (cooperative, imprese autogestite o recuperate…) e che il Nicaragua ha già raggiunto la sovranità alimentare. A questo va sommato l’alto livello di sicurezza, in una regione considerata tra le più violente al mondo. Un segnale di speranza, dato il ritorno a destra di Argentina e Brasile, i due grandi del Latinoamerica, e gli attacchi alle alleanze sud-sud.

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