Donne, afroamericani, latinos. Ha ceduto l’«Obama coalition»

Donne, afroamericani, latinos. Ha ceduto l’«Obama coalition»

Obama ha definito «eccellente» l’incontro con il neoeletto Trump alla Casa bianca ma la coreografia istituzionale della transizione non può dissimulare lo sconcerto di un paese ancora sotto shock per lo scontro profondo, stridente, e per molti versi senza precedenti innescato dal trumpismo.

La domanda che almeno metà del paese si pone è: «Come è potuto avvenire?» Rimangono infatti da dipanare i flussi demografici e analizzare il groviglio di scontento nelle hinterland che hanno reso possibile il trionfo di Trump. I dati del voto confermano le spaccature abissali – oggi forse insanabili – fra America urbana e cosmopolita e quella rurale, quella con titoli di studio e senza e fra quella bianca e quella di colore. Se è vero che l’ascesa di Trump  rispetta i naturali flussi dell’alternanza per cui è statisticamente improbabile che un partito riesca ad inanellare un terzo mandato consecutivo, le caratteristiche specifiche di queste elezioni puntano ad un clamoroso fallimento del social liberalismo nel dialogo con la propria storica base «operaia», esautorata da globalizzazione finanziaria e dalla crisi di sovranità.

Trump ha vinto schiantando il dorsale sindacalizzato del «Rust belt»: Pennsylvania, Ohio Wisconsin, il cuore deindustrializzato del Midwest dove gli scheletri arrugginiti delle acciaierie e degli impianti metalmeccanici punteggiano il paesaggio come mute pietre tombali di un’economia manifatturiera da decenni appaltata a lontane ed emergenti forze lavoro.

Il documentario di Michael Moore, Roger& Me, girato nel 1989 in una Flint ferocemente rottamata dalla General Motors, appare oggi come un preconizzante ritratto dell’embrione trumpista emergente già allora dalle ceneri di una working class annientata. Proprio Moore da settimane aveva implorato il partito di porre maggiore attenzione a queste ex roccaforti sindacali per evitare quella che ha in seguito definito Apocalypse 11/9.

Hillary Clinton pur perdendo stati chiave come Pennsylvania, North Carolina e Florida avrebbe vinto la presidenza se avesse tenuto Michigan e Wisconsin, che invece ha perso per 11.000 e 27.000 voti.

Da notare che questi due stati non votavano per un repubblicano almeno dal 1988, né si possono imputare le sconfitte di misura all’interferenza di un terzo partito come accadde in Florida per Al Gore nel 2000. La verde Jill Stein non è pervenuta e i voti racimolati dal libertarian Gary Johnson semmai avrebbero penalizzato Trump.

È invece notevole un altro dato: nelle ultime due elezioni questi stati avevano votato per Obama. Un dato singolare che rivela come molti americani, si parla di un 15%, abbia potuto passare dal voto per il progressista afroamericano a quello per un demagogo populista del calibro di Trump.

Dietro a questo voto c’è l’intreccio complicato di legittima amarezza per una casta elitaria fisiologicamente antitetica e la viscerale fobia razziale di un paese in inesorabile mutamento demografico. I bianchi hanno votato per la prima volta «come una minoranza», anteponendo la coesione di razza a tutela dei propri interessi.

La contrapposizione «culturale» delle masse alle élites è chiaramente un tassello del puzzle ma non basta. Il razzismo identitario non può non spiegare in parte l’enigma delle donne bianche: dovevano garantire l’elezione di Hillary, invece hanno optato per il «molestatore» Trump per il 53%! Con loro ha ceduto uno degli elementi della Obama coalition.

Le minoranze e i giovani non hanno saputo compensare. Il «gigante dormiente» dei latinos ad esempio, che avrebbe dovuto essere mobilitato dagli attacchi di Trump non si è del tutto svegliato: quasi un terzo ha votato repubblicano.

E oggi la maggiore minoranza americana si è risvegliata nei barrios nella crescente angoscia di un ondata di deportazioni. La stessa disperazione che serpeggia nei ghetti neri per un presidente che ha promesso di ristabilire il rispetto per una polizia che ogni anno uccide centinaia di afroamericani.

Come ci ha detto Ava DuVernay la regista di Selma: «Viene da piangere a pensare che così tante delle libertà per cui così tanti hanno dato la vita improvvisamente sono appese ad un filo».

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