Gestire il declino delle fonti fossili. E stop negazionismi

Emergenza clima. Accelerare la piena applicazione degli accordi firmati un anno fa a Parigi sulla riduzione delle emissioni nocive è il primo obiettivo della «Cop 22», che si è aperta ieri in Marocco

Giuseppe Onufrio *, il manifesto • 8/11/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 551 Viste

Si è aperta a Marrakech la ventiduesima Conferenza delle Parti per il negoziato sul clima e, a meno di un anno da la storica conferenza di Parigi, l’Accordo è da poco entrato in vigore legale, dopo la ratifica dell’Unione Europea. Se le premesse politiche sono positive, ora comincia il lavoro più importante e cioè avviare il percorso che porti a obiettivi più ambiziosi di quelli esistenti. Infatti, come ricorda il recente Emissions Gap Report dell’Unep – il Programma ambientale dell’Onu – porterebbero a un aumento delle temperature di 3,2°C, che avrebbe un impatto devastante sul pianeta. In sostanza, se vogliamo stare negli obiettivi definiti da Parigi, le emissioni di gas serra, oggi in totale pari a 52 miliardi di tonnellate di Co2 equivalenti, considerando il totale dei diversi gas emessi, devono ridursi di 12-15 miliardi di tonnellate all’anno. Dunque, smettere di crescere e in tre lustri scendere di qualcosa come il 30%.

Il lavoro negoziale ora si concentra nella definizione, entro il 2018, di regole stringenti per l’attuazione dell’Accordo di Parigi e, coerentemente, avviare la revisione degli impegni volontari. A Marrakech ci si attende anche l’impegno che porti alla revisione dei target di riduzione delle emissioni – da decidere entro il 2018. E di far progressi per garantire il fondo di 100 miliardi di dollari promessi per i Paesi più poveri e vulnerabili ai cambiamenti climatici e che meno vi hanno contribuito in termini di emissioni.

La transizione verso un futuro a bassa intensità di emissioni di Co2 richiede infatti investimenti dell’ordine delle migliaia di miliardi di dollari – investimenti in nuove tecnologie e modi di produrre e consumare, non «costi» e basta – ma è necessario che si acceleri in questa direzione, gli attuali 250 miliardi di dollari all’anno non bastano. In quest’ottica, il gruppo di petrolieri – inclusa l’Eni – riunitosi per creare un fondo di investimento di 1 miliardo in 10 anni, per quanto sia una novità, fa sorridere per esiguità dell’impegno, circa 10 milioni l’anno per azienda.

Un recente rapporto – The sky’s limits – promosso da un gruppo di organizzazioni ambientaliste ha come sottotitolo «Perché l’Accordo di Parigi richiede un declino gestito della produzione da combustibili fossili». Siccome ciò che davvero è in discussione è proprio la gestione della progressiva chiusura della produzione da fonti fossili, si capisce come mai le cose non saranno né semplici né indolori.

C’è ancora chi continua, stucchevolmente, a citare temi negazionisti sui media nostrani, dall’influenza dell’attività del sole o di tempi storici con variazioni climatiche, come se tali aspetti non siano stati già approfonditamente valutati in sede Ipcc, la Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici dell’Onu. Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, ci ricorda che si tratta di valutazioni probabilistiche. È vero. Che la causa dei cambiamenti climatici siano le emissioni di origine antropica è «molto verosimile»: il che equivale a una probabilità tra il 90 e il 100%.

* direttore di Greenpeace Italia

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