Sfollati. «Mai negli hotel, dateci le tende» Il suolo più basso di 70 centimetri

La resistenza degli sfollati dopo le scosse registrate il 30 ottobre nel Centro Italia. I terremotati non vogliono lasciare i paesi devastati. Il governo invierà container.

Goffredo Buccini, Corriere della Sera • 1/11/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 843 Viste

Si dorme poco e con la rabbia sul cuscino, ci si sveglia con la rivolta nell’anima. Qui è così, adesso, ed Emanuela si porta tutto sul viso. «Dormivamo già in tenda dalla botta di mercoledì scorso, nella campagna del mio ragazzo», dice. Sicché domenica mattina, alle 7 e 41, le ha guardate dalla tenda le case della sua Norcia andare in briciole, come in un film di fantascienza: «Ho visto la polvere e il fumo. Ma non ce ne andiamo, sa? Abbiamo il riscaldamento nella nostra tenda, non ci cacciano!».

Nella piccola storia di Emanuela Novelli, dietro il bancone del Bar Italia che, pochi chilometri sotto il borgo storico è diventato quartier generale per soccorritori e cronisti, c’è molto dell’umanissima ribellione che sta montando: figlia dell’ansia, sì, ma anche del burocratismo, e dei silenzi. «Qua tutti prendono appunti ma nessuno ci dà risposte», è il coro. Pure l’idea sballata che qualche complotto abbia «degradato» la potenza del sisma per defraudare la gente della Valnerina piagata trova origine dalla confusione e dallo sconforto di queste ore e ci viene riproposta di continuo: «Dovete smetterla di scrivere che è un 6.5, quello di domenica era un 7.2!». Un tecnico della Protezione civile eccepisce con garbo: «Guardate che lo zero virgola uno in più è esponenziale, è una differenza enorme, il 6.5 ha una forza terribile». Lo zittiscono, come su una chat di Facebook: «Con tutti i terremoti che abbiamo patito, volete che non riconosciamo un 7.2?».

Il popolo che non se ne va a dispetto delle scosse, perché non si fida delle istituzioni, e dunque non crede a una via di ritorno, cresce di momento in momento. A proprio rischio, tra queste gole e su queste colline dove il suolo è sceso anche di settanta centimetri. Con tutte le sacrosante motivazioni che un simile trauma implica. Ma la differenza con il terremoto del 24 agosto passa anche da qui: il dolore per i quasi trecento morti aveva tacitato allora rabbie e polemiche, mettendo in secondo piano il particolare di fronte al senso immane di lutto collettivo; tutto ciò oggi non c’è, in Valnerina: e così l’altra faccia d’un miracolo, di cui siamo grati, sta nelle accuse sempre meno sussurrate, nell’impressione che qualcuno soffi sul malcontento. Le tende sono un simbolo. Uscite dal vocabolario del dopo sisma con la gestione voluta da Renzi e da Errani, stanno rientrando in modo un po’ surrettizio sulla scena per placare la ribellione. Accompagnate dai «container per tutti prima di Natale», come spiega il premier pur dicendo no alle tendopoli in montagna. Alcune sono comunque pronte, altre sono in arrivo entro due giorni. «Tensostrutture». Le parole vengono misurate col bilancino. Ma non è difficile capire chi l’ha spuntata.

Subito prima di partire per Roma e partecipare al Consiglio dei ministri, Catiuscia Marini, la presidente dell’Umbria, appare nel catino ribollente del Centro operativo, appena sotto le macerie di Porta Romana. È circondata da senzatetto, allevatori, madri, anziani, contestatori che la sera prima hanno fischiato Nicola Alemanno, il sindaco, che è di centrodestra, barricata opposta dunque. «Siamo in piena emergenza sismica», dice la Marini, «la cosa migliore è lasciare le aree coinvolte. Ma deve essere una scelta volontaria, quindi ci stiamo attrezzando». Ci sono tre fasi, spiega: «Subito le tende collettive per chi non vuole andare negli alberghi, ma penso che nel giro di dieci giorni ci chiederanno di andare via, fa davvero troppo freddo. Poi i container, dove potranno andare tutti, tempo due mesi. Infine le casette, solo per chi avrà la casa gravemente danneggiata».

Il destino di Norcia, e in fondo del grande pezzo di Italia centrale che ormai si identifica con la città di San Benedetto, si consuma qui, tra queste voci, queste proteste che trascinano con sé il futuro.

«Voi non dovete permettervi più di dire che il terremoto è arrivato domenica mattina: il terremoto qui è del 24 agosto, ma avete tolto le tende per non spaventare i turisti!», strilla la piazza. Tende a Norcia in verità non ci sono mai state, ce n’erano nelle frazioni, ma poco conta il distinguo. I disagi sono gravi e reali, la gente ha le migliori ragioni, l’incertezza del domani e l’amarezza dell’oggi. Clelia Pietrangeli ripete: «Dal 24 agosto chiediamo un ospedale da campo. I malati stanno su un letto in mezzo alla strada! Bisogna commissariare Comune e Regione!». «Io dormo in roulotte, non voglio essere deportato!», dice Enrico: «Le tende c’erano e pure le piazzole. Adesso ridatecele!».

È una jacquerie trasversale che mette nell’angolo i politici in quanto tali. Pierluigi Altavilla, vicesindaco, missino dichiarato (detto «Boia chi molla»), sta in fondo sulla trincea della pd Marini. E usa parole durissime: «Stanotte arrivano tensostrutture da 250 posti, ma noi non abbiamo detto che è cascato tutto semplicemente perché non era vero. Norcia ha retto, le ristrutturazioni sono state serie dopo il ‘97. Noi siamo nel cratere del terremoto come Amatrice, stessi diritti, piangere non avrebbe cambiato la cosa e ne avremmo perso di dignità. Se poi qualcuno vuole dare addosso al Comune perché non abbiamo pianto, beh, oggi sarà contento perché siamo quasi morti».

Non è difficile vedere quale sia, adesso, il rischio più grave per questa comunità: che le scosse, dopo avere spaccato i muri, spacchino le coscienze, dividano come faglie. Gli allevatori sono inferociti, costretti ad abbandonare bestiame e, dunque, sostentamento. «Dire a chi ha gli animali di evacuare è come dire a uno che ha un bar “dagli fuoco e scappa”…», mormora Giovanni Coccia di Castelluccio, forse la frazione più stremata. Le tende ci sono già, cinque, enormi, per almeno cinquanta sfollati, dietro la zona della mensa dove giovani imprenditori dicono: «Negli hotel del Trasimeno mandiamo i nostri vecchi, ma noi restiamo qui a combattere, qui in tenda, se no Norcia muore». Ma il germe della divisione contagia tutti. C’è perfino chi sostiene che «certi albergatori», dopo la scossa del 24, abbiano fatto stuccare e dipingere le crepe per non spaventare i turisti. Serve una nuova «resilienza sociale», sostiene dunque, lucido, Roberto Canali, presidente di un consorzio nato dopo il 24 agosto, «We are Norcia», Norcia siamo noi. Ma il pericolo, in questo buio intossicato, è che troppi «io» in conflitto non riescano più a farlo, un «noi».

Goffredo Buccini

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