Un nuovo municipalismo salverà l’Europa

Un nuovo municipalismo salverà l’Europa

L’accordo programmatico – raggiunto la scorsa settimana tra Spd, Linke e Verdi per la nuova coalizione di governo nel Senat di Berlino – merita di essere letto in una più ampia prospettiva, cruciale per chi desideri una radicale trasformazione della società e della politica in Europa.
«Le nostre città dispongono delle conoscenze, del valore della prossimità e delle forze dell’intelligenza collettiva per affrontare problemi globali». Così, recentemente, Ada Colau, Manuela Carmena e Anne Hidalgo, le tre sindache di Barcellona, Madrid e Parigi, hanno chiesto che non siano più gli Stati nazionali, ma le città a essere dotate delle risorse finanziarie e dei poteri necessari per poter rispondere a sfide quali le crescenti diseguaglianze sociali, la minaccia dei cambiamenti climatici, l’accoglienza di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria.
Non a caso si parla oggi di “città ribelli”: sulle coste del Mediterraneo ma non solo, una politica alternativa di governo locale si presenta come possibile evoluzione delle lotte contro l’austerity, la precarietà e l’impoverimento di massa. E là dove funziona, si rivela antidoto efficace alla crescita aggressiva di destre populiste e nazionaliste, come il Front National o l’Afd, insomma alle pericolose derive dei trumpisti d’Europa.
È in questo quadro che bisogna collocare anche il risultato elettorale del settembre scorso a Berlino, con la consistente emorragia di voti dalle forze delle larghe intese (Spd e Cdu) certo verso i populisti di destra, ma soprattutto a favore della sinistra. La sconfitta del “grande centro” neo-liberista, proprio nella capitale de facto dell’Europa a trazione tedesca, è figlia dell’incapacità delle Große Koalition di dare, dopo otto anni di crisi, risposte adeguate alle contraddizioni che attraversano le metropoli. Tagli al finanziamento delle autorità locali, privatizzazioni dei servizi pubblici, incentivi ai soli affari del capitale estrattivo si sono rivelati una “cura peggiore del male”, con devastanti effetti negativi proprio sulla coesione sociale delle nostre città.
Scriveva Mark Twain nel suo diario di viaggio del 1892: «A Berlino ho visto il futuro. È la città più nuova che abbia mai visitato. Al confronto Chicago sembra antica». Come la Chicago alla fine del XIX secolo, Berlino è luogo di esclusione sociale e d’inclusione differenziale e gerarchica, dove prendono corpo le peggiori distopie del “capitalismo delle piattaforme”. Ma è anche innervata da un ricco tessuto di lotte per i commons, per il “diritto alla città” come accesso a bisogni fondamentali quali l’acqua e l’energia, la casa e l’istruzione, spazio attraversato da una miriade d’iniziative di cooperazione solidale e produzione culturale. È terreno di un cosmopolitismo conflittuale che non contempla compiaciuto la favola bella del “multiculturalismo”, ma combatte ogni giorno per strappare una nuova universalità di diritti.
Insomma, vi sono tutte le condizioni per fare dell’inedita maggioranza di sinistra, che si appresta a governare la città, un vero e proprio laboratorio d’innovazione politica. Per dirla con Colau, Carmena e Hidalgo, a Berlino come altrove le “intelligenze collettive”, nei movimenti e nella sinistra, non mancano. E una dialettica aperta fra di esse, al tempo stesso conflittuale e costituente, potrebbe preparare il terreno per la costruzione di alleanze transnazionali tra città. Per esempio a partire da iniziative per l’accoglienza dei migranti o da campagne mirate a rompere la gabbia del debito e dei vincoli finanziari, che siano in grado di contribuire al rovesciamento di segno delle politiche oggi dominanti in Europa.

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