Pubblico impiego. E chissà per quale miracolo, dopo sette anni il contratto

Pubblico impiego. Aumento di 85 euro alla vigilia del referendum. Si tratta di un incremento medio nel triennio, ma c’è l’impegno a valorizzare gli stipendi più bassi

Antonio Sciotto, il manifesto • 1/12/2016 • Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 698 Viste

Nell’accordo quadro siglato dalla ministra Madia con Cgil, Cisl e Uil anche il welfare integrativo e incentivi legati alla presenza. Renzi incassa: #lavoltabuona

Finalmente, dopo sette anni di blocco e di cattiverie, un governo che ha a cuore le buste paga dei dipendenti pubblici: e così ieri sera, a soli quattro giorni dal referendum costituzionale, la ministra Marianna Madia ha sottoscritto con Cgil, Cisl e Uil un accordo quadro per i rinnovi, tavoli che concretamente partiranno dopo il voto. Ma intanto si è fissata una cifra e una serie di criteri: 85 euro medi, con l’impegno a garantire il mantenimento del bonus degli 80 euro, oltre all’innesto di welfare integrativo sulla scia già aperta dai metalmeccanici e incentivi legati alla presenza.

ERA STATO IL PREMIER Matteo Renzi, poche ore prima, a dare il viatico all’intesa: «Ci chiedono un aumento di 85 euro per dire che la loro richiesta è più alta dell’offerta del governo. Io dico bravi, ci siamo», aveva dichiarato lisciando il pelo ai sindacati dopo due anni e mezzo di porte sbattute in faccia (così come quelle dei suoi predecessori Berlusconi, Monti e Letta).

Puntuale, subito dopo la firma, è arrivato il tweet del premier: «Dopo sette anni #lavoltabuona per i dipendenti pubblici. Riconoscere il merito, scommettere sulla qualità dei servizi #passodopopasso». I 3,3 milioni di dipendenti pubblici sono preziosissimi per il 4 dicembre, e non è certo il caso di insistere – come si è fatto un po’ per tutta la durata del governo – sullo spinoso e divisivo capitolo dei «furbetti del cartellino». D’altronde, proprio sul nodo dell’organizzazione e dei dirigenti, il governo si era beccato solo qualche giorno fa una sonora botta da parte della Corte costituzionale, che ha bocciato alcuni pilastri fondamentali della legge Madia: quindi basta sottilizzare, è arrivato il momento di vogare tutti nella direzione unica del referendum.

L’impegno finanziario per rinnovare i contratti in tutta la Pubblica amministrazione sarà pari 5 miliardi nel triennio 2016-18, hanno fatto sapere i sindacati uscendo dall’incontro. Per la tranche da erogare nel 2017 sarebbero stati stanziati intanto 850 milioni di euro.

LA CGIL IN UNA NOTA ha esposto alcuni contenuti dell’accordo: «Le soluzioni salariali indicate nelle linee guida fanno riferimento a un aumento contrattuale di 85 euro medie mensili per il triennio 2016-2018 – spiega il sindacato – Si è inoltre convenuto di trovare una soluzione che tuteli le retribuzioni dei lavoratori garantendo che gli aumenti contrattuali abbiano efficacia per tutti senza che possano incidere sul bonus di 80 euro».

La ministra Madia si è anche impegnata a risolvere – o perlomeno intanto ad affrontare – la questione precari, dalla proroga dei contratti esistenti fino a una possibile stabilizzazione: «Di particolare valore – dice la Cgil – la garanzia assunta dal governo di rinnovare i contratti dei lavoratori precari assunti dalle pubbliche amministrazioni in scadenza e l’impegno a superare con apposite norme il precariato all’interno della Legge quadro che dovrà essere prossimamente varata».

SECONDO UNO STUDIO diffuso ieri dall’Unione nazionale consumatori, i dipendenti pubblici dal 2010 al 2015, a causa del blocco degli stipendi deciso dal governo Berlusconi e poi sempre confermato, hanno perso circa 4 mila euro lordi pro capite. Nel giugno 2015 una sentenza della Consulta aveva dichiarato illegittimo il blocco, senza però obbligare lo Stato a un risarcimento: sarebbe bastato solo riaprire i tavoli. Impossibile, con i 300 milioni stanziati l’anno scorso, pari a una pizza ciascuno.

Nell’accordo quadro, il governo si impegna a modificare il Testo unico del lavoro pubblico «di intesa con le regioni», e nel rapporto tra legge e contrattazione, a «privilegiare la fonte contrattuale».

PRODUTTIVITÀ: impegno a rimettere mano ai fondi per la contrattazione di secondo livello, il salario accessorio, e di promuovere anche nel pubblico «una fiscalità di vantaggio» per la produttività. Si apre anche al welfare integrativo, dai fondi pensione alla sanità. Si parla di «misure contrattuali che incentivino più elevati tassi medi di presenza».

Quanto agli aumenti del contratto nazionale, si valorizzeranno i «livelli retributivi che maggiormente hanno sofferto la crisi economica e il blocco della contrattazione». La logica è quella della piramide rovesciata, per cui si favorisce chi ha di meno. Non a caso si parla di aumenti «non inferiori a 85 euro mensili medi» e di «riduzione della forbice» retributiva, senza «penalizzazioni indirette» per i beneficiari del bonus Irpef di 80 euro.

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