Giorgio Napolitano torna sul Colle con una mortificante eredità

Giorgio Napolitano torna sul Colle con una mortificante eredità

Riforme. “L’Italicum produce la paralisi del sistema e finirà con il paralizzare molti poteri presidenziali, compreso quello di sciogliere le camere”, scrisse sul manifesto Azzariti nel novembre 2014.

Ieri sera, a conclusione del primo giorno di colloqui al Quirinale, Sergio Mattarella ha consultato Giorgio Napolitano, che ha quasi doppio titolo perché ex presidente di due mandati. Napolitano era stato già consultato da Renzi, prima che il segretario Pd salisse al Colle per dimettersi. L’ex capo dello stato nei lunghi anni al Quirinale ha dovuto insediare cinque governi e gestire altrettante crisi; è attivo anche in questa. Ai microfoni Napolitano ha detto una sola frase: «Votare subito è un’ipotesi tecnicamente incomprensibile». Giusto. Ma è proprio lui, il presidente devoto alla «stabilità», all’origine, con le sue scelte, dello stallo al quale assistiamo.

Lo è perché dal Quirinale ha incoraggiato e guidato Renzi sulla strada della doppia riforma, elettorale e costituzionale, senza preoccuparsi del coordinamento tra le due. Nel corso degli ultimi due anni ha strapazzato continuamente le minoranze, indicate come «zavorre» o «frenatori» tutte le volte che provavano ad avanzare dubbi ed emendamenti. In special modo la componente bersaniana del Pd, soffocandone la tentazione di opporsi seriamente alle riforme. Tentazione già piuttosto vaga.

Nel gennaio del 2015 Giorgio Napolitano lasciò il Quirinale solo dopo essersi assicurato che l’Italicum, la legge che è all’origine dei guai di oggi, avrebbe passato lo scoglio del senato. E soprattutto Napolitano ha benedetto la soluzione escogitata da Renzi – con scorno anche dei renziani – per sbloccare l’avvio della legge elettorale. Trasformandola da sistema valido per i due rami del parlamento in legge per la sola camera.

Berlusconi ebbe così la garanzia che non si sarebbero sciolte le camere prima dell’approvazione della riforma costituzionale, all’epoca (marzo 2014) considerata come eventualità assai remota. Anche la minoranza Pd si addolcì (l’emendamento che cancellò l’articolo 2 dell’Italicum fu firmato da Alfredo D’Attorre).

Ma mentre senatori e deputati tiravano un sospiro di sollievo, incassando la promessa renziana di prolungare la vita al parlamento, non pochi osservatori indicarono subito il problema. Bastò solo che l’Italicum passasse dalla camera al senato.

Un titolo del manifesto del 20 novembre 2014 – «Italicum, esplode il caso senato» – dava voce all’allarme dei costituzionalisti ascoltati in prima commissione a palazzo Madama. «Se c’è un sistema bicamerale, non possono esserci due sistemi elettorali diversi», il parere dell’ex presidente della Consulta Silvestri.

Condiviso da tanti giuristi.

Per l’ex giudice della Corte Tesauro, autore della sentenza che ha cancellato il Porcellum, avere l’Italicum alla camera e il sistema proporzionale con sbarramento al senato (il cosiddetto Consultellum) era «un problema politico e un ostacolo non indifferente». Lo verifichiamo oggi.

Della stessa opinione Villone, Passigli, Luciani: «Non è solo un problema politico, ma anche di legittimità costituzionale». E Azzariti sul manifestospiegava: «Una legge che produce la paralisi del sistema politico e parlamentare finirebbe per limitare, condizionare o paralizzare molti dei poteri presidenziali, tra cui in particolare quello di scioglimento delle camere. Ed è perciò che la legge elettorale nella formulazione attuale non solo sarebbe manifestamente incostituzionale ma sarebbe anche difficilmente promulgabile dal capo dello stato».

Sul Messaggero l’ex presidente della Consulta Capotosti, scrisse di «un fortissimo deterrente allo scioglimento». Il problema fu compreso dai senatori.

Si cominciò a parlare della necessità di una legge «ponte» perché fosse possibile andare alle elezioni prima che la riforma costituzionale – che avrebbe dovuto abolire il senato elettivo (e che dà la fiducia) – fosse stata promulgata. Anche la relatrice dell’Italicum, senatrice Finocchiaro, disse che era il caso di ragionare su una norma transitoria.

Ma il ragionamento fu chiuso da Renzi: nessuna modifica e legge approvata di corsa e con fiducia, Napolitano consenziente: «Guai a ricominciare da capo». A promulgarla fu però Mattarella, Napolitano si limitò ai festeggiamenti: «Raggiungimento importante e inevitabile». Poi, da senatore a vita, si accorse dei problemi ormai a ridosso del referendum, suggerendo modifiche alla «sua» legge.

Il pasticcio è intanto passato alla Corte costituzionale. E Napolitano, come Renzi, può solo augurarsi che i giudici, dopo gli elettori, cancellino quel che resta della stagione delle riforme sbagliate. Una mortificante eredità.

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