L’Isis riprende Palmira. Inutili i raid dei russi

Offensiva fulminea, riconquistata la “Perla nel deserto” In fuga le truppe di Assad e duecento militari di Mosca

ALBERTO STABILE, la Repubblica • 12/12/2016 • Guerre, Armi & Terrorismi • 734 Viste

ALEPPO. Mentre tutti gli sguardi sono puntati su Aleppo Est, dove i ribelli che hanno resistito all’avanzata dell’esercito siriano delle ultime due settimane si ritrovano davanti alla scelta di arrendersi o soccombere, i jihadisti del Califfato si riprendono Palmira, appena nove mesi dopo averla perduta, così attenuando, e non di poco, l’esultanza del presidente siriano Bashar el Assad che nell’imminente riconquista della “Capitale del Nord” aveva visto un successo capace di cambiare le sorti della guerra.

Invece, Palmira è caduta con risibile facilità. Sono bastate 48 ore per permettere agli uomini dell’Isis di rimettere le mani sulla “Perla del deserto”, forse il più affascinante dei siti archeologici del Levante. In più, questa volta l’obiettivo dell’assalto cominciato giovedì notte non era soltanto l’antica capitale, ma anche i pozzi di petrolio e le riserve di gas di Jazaal al Shaar, non lontani dal sito archeologico.
E per conseguire il loro obiettivo, gli strateghi del Daesh (acronimo in arabo della sigla Isis) non hanno badato a spese, mobilitando ben 4000 uomini e una gran quantità di mezzi, fatti affluire da Raqqa, la capitale del Califfato in Siria, distante un centinaio di chilometri e qualcuno sostiene anche da Mosul, Iraq. Azione fulminea. I reparti dell’esercito siriano schierati a difesa del sito e il contingente russo (almeno 200 militari accampati all’interno del recinto archeologico, dove una volta sorgeva il ristorante- bar per i turisti) devono aver saputo o intuito qualcosa tant’è che decidono di intercettare gli attacanti fuori dalla città.
Stiamo parlando di un campo di battaglia estremamente difficile, il deserto, dove, a meno di non dispiegare una forza molto numerosa, è impossibile chiudere tutti i varchi per proteggere l’obiettivo. Ed infatti i jihadisti passano una prima volta ed entrano nell’abitato di Palmira. I difensori chiamano in auto l’aviazione. Bombardamenti pesanti costringono gli uomini del Califfato ad arretrare lasciando sul terreno 300 morti. Ma dopo essersi raggruppai e irrobustiti grazie ai rinforzi accorsi da Raqqa, i jihadisti lanciano un secondo attacco, contro russi e siriani ormai dispersi nella zona. Così prima cade la fortezza di Al Tar, da cui si gode il più bel panorama di Palmira che si possa immaginare, poi viene presa la città.
La notizia fa subito il giro dei notiziari suscitando lo sgomento di quei siriani che, viste le prospettive della battaglia di Aleppo, avevano cominciato a guardare con un certo ottimismo alle prospettive della guerra. Le immagini dei telegiornali serali con i miliziani in nero che inneggiano alla vendetta sullo sfondo di uno dei pozzi di Jazal al Shahar dato alle fiamme, provocano più di un ripensamento.
Molte domande sono circolate. Per esempio, come mai il contingente russo non è riuscito ad opporre una resistenza fattiva? Via via che si conoscono i dettagli, si capisce che non potevano certo essere i duecento soldati di Putin a fermare migliaia di jihadisti. È emerso, invece, ancora una volta, il principale limite dell’esercito siriano il quale, decimato dalle perdite subite dopo quasi sei anni di conflitto, è tuttavia impegnato su troppi fronti, con il risultato di dover allungare fino a renderla impraticabile la linea di rifornimento dei vari reparti.
Resta l’importante successo militare riportato dallo Stato Islamico. Un successo spendibile su molti fronti. Innanzitutto nei rapporti con le altre organizzazioni ribelli, jihadiste e non, costrette a prendere atto di una vittoria che somiglia alla rivendicazione di un primato.
E resta anche, angosciosamente in bilico, affidato com’è agli umori e alle ambizioni di un pugno di fanatici, il destino di Palmira la cui conquista, due anni fa, da parte dello stesso Califfato, aveva suscitato il timore che le splendide vestigia del regno di Zenobia potessero cadere vittime dello zelo ideologico e religioso del “califfo” Al Baghdadi.
Fedeli alla loro visione intollerante e violenta dell’Islam, i jihadisti inveirono contro Palmira ma in misura minore di quel che si temeva, o che avrebbero potuto fare. Come si comporteranno adesso?

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