Rosa Pavanelli. Le insidiose strategie delle multinazionali sulla salute

Intervista a Rosa Pavanelli, a cura di Susanna Ronconi, dal 14° Rapporto sui diritti Globali

Susanna Ronconi, 14° Rapporto sui diritti Globali • 15/12/2016 • Contenuti dai Rapporti, Le interviste di Diritti Globali • 617 Viste

Il processo di privatizzazione e commercializzazione incalza, ma non si tratta di soli TIIP o TISA, trattati internazionali ancora in fase di negoziazione: le strategie delle grandi multinazionali nell’ambito della salute sono molto più sfaccettate e articolate, fino ad arrivare a quel Global Compact – sistema che preme sugli Obiettivi per lo sviluppo Sostenibile che ci accompagnerà fino al 2030 – che fa entrare le multinazionali a pieno titolo nei processi politici e decisionali. Governance e governance ombra si saldano. Eppure le evidenze che “pubblico è meglio” non mancano: sotto il profilo dell’equità, della copertura delle cure e anche sotto quello della sostenibilità finanziaria. Di questo scenario globale e del ruolo che i lavoratori del settore stanno giocando parliamo con Rosa Pavanelli, dal 2012 Segretaria Generale della federazione sindacale globale Public Services International (PSI).

 

Redazione Diritti Globali: Gli obiettivi della nuova strategia Sustainable Development Goals (SDGs) includono e anzi rilanciano, rispetto al programma Millennium Development Goals (MDGs), il tema della salute, dell’equità, della lotta alle disuguaglianze. Anche a livello europeo il programma Europe 2020 ne fa una tematica cruciale. Sotto questo profilo, si può fare un bilancio dell’efficacia e della incisività, a oggi, della governance globale, del lavoro e della strategia delle grandi agenzie – OMS, ONU – che di questi obiettivi sono promotrici e in qualche misura garanti? Si possono evidenziare punti di forza e punti di debolezza?

Rosa Pavanelli: Gli MDGs, ancorché inattuati in larga parte, hanno contribuito a ridurre l’estrema povertà. Particolarmente riguardo alla mortalità infantile e materna post-parto, i progressi sono stati notevoli, così come sul versante dell’educazione. Gli SDGs costituiscono un’agenda di obiettivi specifici con standard definiti che ne renderanno, si presume, più semplice l’attuazione e più omogenea la verifica. È un passo avanti verso una politica più pragmatica delle agenzie internazionali. Tuttavia, credo si debba dire che, aldilà della visione politica globale – tesa a indirizzare le sfide globali – l’efficacia di queste agenzie resta condizionata alla volontà dei singoli Stati di implementarne il mandato. Inoltre, le Istituzioni Finanziarie Internazionali (FMI, BM e ora più che mai le Banche Regionali di Sviluppo e quelle per gli Investimenti) giocano un ruolo fondamentale nel definire l’efficacia degli obiettivi dell’agenda globale attraverso le condizioni imposte ai Governi per la concessione dei prestiti per lo sviluppo. Queste condizioni hanno portato in molti casi al peggioramento delle condizioni di vita e all’indebitamento costante di molti Paesi, favorendo le politiche di austerità e di tagli della spesa pubblica per ampliare lo spazio dell’investimento privato. Quello che per anni è accaduto nei Paesi in via di sviluppo, oggi può accadere ovunque e ne abbiamo avuto la prova con la fallimentare esperienza della crisi finanziaria della Grecia, esemplare in questo quadro. Per di più, a differenza dell’Agenda del Millennio, gli SDGs sono sostenuti dal “Global Compact”, una coalizione globale dove il ruolo delle multinazionali è invasivo e preminente nel definire il ruolo che deve avere il capitale privato rispetto a quello dei governi nel definire le politiche. Ancora una volta il tema della riforma del sistema di governance globale diventa centrale.

 

RDG: Tra i molti determinanti che “fanno” la salute quello del sistema di welfare, della qualità, dell’equità e dell’accesso alle cure rimane cruciale. Lo riafferma anche l’OMS, lanciando l’obiettivo di una copertura universale. Ma, intanto, sta viaggiando un macro processo di tipo economico, finanziario e politico che punta alla privatizzazione e commercializzazione anche dei servizi. TTIP e TISA, pur tra le difficoltà della negoziazione, stanno marciando. Cosa si sta giocando, in questa partita, rispetto al diritto alla salute e all’equità? E quali sono i nodi cruciali della privatizzazione dal punto di vista delle ricadute sul diritto alla salute? Insomma: perché “pubblico è meglio”?

RP: La nuova generazione di trattati di libero commercio, quali appunto il TTIP e il TISA, sono l’altra leva – oltre alla loro inclusione nel sistema di governance globale – che le multinazionali stanno promuovendo per ampliare la sfera dei loro interessi. A differenza dei trattati commerciali sulle produzioni industriali, fondamentalmente tesi a ridurre le barriere doganali (dazi e tariffe), quelli per la commercializzazione dei servizi non incontrano un blocco alle frontiere, ma possono trovare limiti, una volta che l’investitore straniero si è stabilito in un Paese, nella legislazione e regolamentazione nazionale dello specifico settore. Questo è particolarmente vero per la sanità, dove i governi, in tutti i Paesi, hanno la responsabilità diretta della salute pubblica e le legislazioni rispondono a questo fine. Inoltre, va considerato che la sanità è la voce di spesa più importante, con la difesa, di quasi tutti i bilanci nazionali e con 58.000 miliardi di dollari di valore aggregato annuale, costituisce oltre il 10% del PIL globale, senza contare il volume d’affari del settore farmaceutico e tecnologico.

Questo rende la sanità estremamente appetibile per le multinazionali e le compagnie di assicurazioni, che vedono il potenziale di un grande e rapido ritorno degli investimenti e larghissimi margini di profitto, come più volte sottolineato dall’Institute for Capacity Development, il braccio commerciale del FMI.

È evidente che in un tale contesto l’obiettivo dell’accesso universale alla salute si scontra con la pretesa delle multinazionali di non avere vincoli legislativi che limitino i loro profitti, oggi e nel futuro, senza che i governi possano intervenire, neppure in caso di emergenza pubblica. Proviamo a pensare che cosa potrebbe accadere in un Paese se, a fronte di un’emergenza quale, ad esempio, l’epidemia di Ebola in Liberia, Sierra Leone e Guinea nel 2014, o di Zika nei Paesi dell’America Latina, i governi non potessero adottare misure straordinarie di intervento se queste limitano la capacità degli investitori stranieri di generare profitto.

Questo è esattamente quello di cui si discute. Infatti, il capitolo di TISA sui servizi sanitari – che grazie ai continui “leaks” abbiamo potuto analizzare – propone non di privatizzare i servizi, proprio in ragione degli obblighi che stanno in capo ai governi, bensì di promuovere i sistemi assicurativi privati i quali garantirebbero le forniture delle prestazioni attraverso la mobilità dei pazienti verso i Paesi dove le cure possono essere erogate con un costo decisamente più basso, essenzialmente per il minor costo del lavoro. Turchia, India, Filippine sono in testa alla lista dei Paesi che si candidano a ricevere i pazienti, se questo sistema venisse adottato. Ma il diritto del malato, in questo caso, non si sa da chi dovrebbe essere garantito, così come su chi ricadrebbero responsabilità e costi qualora insorgessero conseguenze, ricadute, postumi per le prestazioni ricevute all’estero. Insomma, il tema sta diventando la commercializzazione dei pazienti, delle persone.

È facile, dunque, comprendere perché pubblico è meglio: perché il privato eroga solo le prestazioni che ritiene più economicamente vantaggiose; perché non deve rispondere alla necessità di coprire tutti i bisogni di salute e in ogni luogo, anche i più isolati o svantaggiati. Ed espone il sistema all’aggravio di costo dettato dalla corruzione che pervade il privato. In Italia, di questo abbiamo una grande esperienza.

La copertura universale resterà un miraggio se non si ridurranno le politiche di austerità e i tagli alla spesa. E le risorse già esistono, se solo si volesse porre fine all’elusione e all’evasione fiscale delle grandi imprese e finanziarie.

 

RDG: Processi di privatizzazione e di mercato nell’ambito dei servizi sanitari sono ampiamente in atto anche in Europa, al modello europeo – il welfare come motore di sviluppo e non mero costo – sembra non credere più nessuno. Dall’osservatorio del servizio pubblico, quali sono le più evidenti ricadute di questo processo su cittadini e collettività? Quali sono le evidenze maggiori, oggi, dell’attacco e del ridimensionamento al comparto pubblico della sanità? E poi, quali sono i margini di resistenza (si può usare questa parola?) e di alternativa che, come PSI, vede nell’immediato futuro?

RP: È vero che le politiche di austerità hanno minato il modello universalista della tradizione europea e servirebbe che i politici, invece di ripetere il mantra ideologico del fallimento del pubblico e del welfare, fossero onesti e denunciassero gli effetti collaterali di queste politiche, nonché l’aumento dei costi che comportano. Se molti non credono più al welfare come motore di sviluppo, altrettanti denunciano il disastro della sua forzata sparizione. La Grecia ne è un esempio. L’OMS ha denunciato il grave impatto dei tagli alla sanità sull’accesso dei pazienti alle cure dei malati di cancro e di malattie croniche e degenerative così come la crescita esponenziale della malnutrizione infantile, a livelli africani nel cuore dell’Europa! L’UNESCO ha denunciato il drammatico abbandono scolastico come un fattore di aumento della povertà preoccupante. Più in generale, occorre dire che se la proposta dei PPPs (Public Private Partnership) per gli investimenti in infrastrutture è stata adottata dal sistema delle Nazioni Unite, sotto la spinta del Global Compact, sono sempre di più le agenzie che ne denunciano gli effetti negativi per l’accessibilità e l’universalità del servizio. Recentemente UNDESA, il Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali dell’ONU, ha dichiarato che i PPPs sono uno strumento inappropriato di finanziamento dei settori socialmente sensibili quali la sanità e l’educazione, dove il pubblico può avere maggiore impatto. UNCTAD (l’agenzia ONU per il Commercio e lo Sviluppo), pur favorendo una politica di investimenti privati, sostiene che è necessario trovare più risorse pubbliche per i settori di grande impatto sociale e che un cambio nelle politiche di agevolazioni fiscali per gli investimenti stranieri potrebbe rendere disponibili le risorse necessarie a questo fine. Persino il FMI dichiara che la forzata privatizzazione di servizi sociali quali sanità, educazione e accesso all’acqua sono fattori di instabilità sociale e politica che richiedono un’attenta rivalutazione.

Le alternative stanno nella riforma della tassazione delle multinazionali. Si stima sia di 30.000 miliardi la somma sottratta ai bilanci nazionali annualmente a livello globale e nascosta nei paradisi fiscali. È il frutto della massiccia evasione fiscale a cui assistiamo, ma anche spesso il frutto delle agevolazioni fiscali che i governi concedono alle compagnie per attrarre investimenti stranieri. In questo senso, la decisione della Commissione Europea relativa agli sgravi fiscali concessi dall’Irlanda a Apple è emblematica, significativa e molto, molto incoraggiante.

E riguardo alle possibili alternative, il rafforzamento di requisiti e standard di accreditamento, sottoposti a costante verifica e monitoraggio, sono un elemento essenziale per garantire un ruolo complementare al settore privato assieme alla sostenibilità della spesa.

 

RDG: Gli operatori dei servizi stanno pagando un prezzo alto, per questo processo, in termini di posti di lavoro, di condizioni del lavoro stesso, di fatica e spesso disagio nel svolgere il proprio compito. Quali sono le difficoltà più significative che arrivano dalla vostra base? Come si sta muovendo il PSI e, più in generale, il movimento sindacale internazionale rispetto ai temi del lavoro?

RP: Il lavoro organizzato è sotto attacco in tutto il mondo, nel pubblico così come nel privato. Ma i lavoratori dei servizi sono aggrediti oggi da un attacco che punta a svilire la loro dignità di lavoratori per aprire le porte agli operatori commerciali, a cancellare per i lavoratori pubblici il diritto alla libertà di associazione, alla negoziazione collettiva e allo sciopero, minando i principi stessi delle Convenzioni ILO fondamentali. Questo perché i sindacati, nei settori pubblici ancora fortemente radicati, costituiscono la sola barriera alla definitiva affermazione del potere oligarchico del sistema finanziario e delle multinazionali che sta minando la democrazia a livello globale.

Inoltre, nei settori pubblici, i tagli di bilancio hanno prodotto un peggioramento delle condizioni di lavoro (tempi, attrezzature e organici) che impatta sulla qualità del lavoro e del servizio. Di più, in Italia esiste un’emergenza salariale per i lavoratori pubblici che non può continuare a essere ignorata e che pone l’Italia agli ultimi livelli tra i Paesi OCSE.

Riguardo al settore della sanità, la buona notizia è che il 20 settembre l’ONU adotterà un piano di azione, guidato da OMS, OIL e OCSE, per la creazione di 40 milioni di posti di lavoro nei prossimi cinque anni per sopperire alle carenze di personale sanitario che costituisco un allarme per la salute pubblica a livello globale. Il piano indica interventi e soluzioni che i governi sono invitati ad adottare, incluso la rimozione del numero chiuso nelle scuole per le professioni sanitarie, il riconoscimento dei diritti sindacali e della contrattazione collettiva per i lavoratori della sanità, l’attuazione del Codice Etico dell’OMS e la definizione di un nuovo standard per la protezione dei lavoratori migranti in sanità, e l’impegno a migliorare i salari del settore quale misura per ridurre la discriminazione salariale di genere e contribuire alla crescita dell’occupazione giovanile. Un piano che punta a contribuire al raggiungimento della copertura universale agendo su diversi fattori che favoriscono anche la crescita economica e puntano su diversi obiettivi SDGs (SDG 1, eliminazione della povertà; SDG 3, buona salute e benessere; SDG 4, educazione di qualità; SDG 5, uguaglianza di genere; SDG 8, lavoro dignitoso e crescita economica).

Nell’aprile 2017, l’ILO affronterà il tema dell’occupazione in sanità in una specifica conferenza tripartita.

 

*****

Rosa Pavanelli: oggi Segretaria generale della federazione sindacale globale Public Services International (PSI), è membro del Comitato di Esperti e Leaders su Acqua e Disastri dell’ONU dal 2013; del Consiglio di Indirizzo dell’Istituto dei Lavoratori per le questioni internazionali del lavoro della Cornell University, New York; Vice-Presidente del Gruppo dei Sindacati e Lavoratori dell’Assemblea Generale dei Partners per la Terza Conferenza ONU sullo Sviluppo Urbano Sostenibile Habitat III. È stata tra i promotori di ICRICT – Indipendent Commission for the Reform of the International Corporate Taxation – con cui ancora oggi collabora. Nel marzo 2016, il Segretario Generale dell’ONU l’ha nominata Commissario nella Commissione di Alto Livello per l’Occupazione in Sanità e la Crescita Economica. La sua esperienza sindacale l’ha vista in passato impegnata nella CGIL-Funzione Pubblica di Brescia e, successivamente, come Segretaria Generale della Lombardia.

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This