Erdogan sfrutta ogni bomba: altri 235 arrestati dell’HDP

Turchia. Nonostante a rivendicare sia il Tak, il governo accusa il partito di sinistra e il Pkk. Solo poche ore prima era stata presentata la riforma costituzionale che cancella il premier e dà al presidente pieni poteri

Chiara Cruciati, il manifesto • 13/12/2016 • Guerre, Armi & Terrorismi • 520 Viste

Sono almeno 235 i membri dell’Hdp arrestati in un solo giorno in Turchia a meno di 48 ore dal doppio attacco allo stadio del Besiktas a Istanbul. L’ennesima mannaia sul partito di sinistra kurdo già decapitato più di un mese fa con la detenzione dei suoi co-presidenti e di altri sette parlamentari.

Così l’Ankara di Erdogan reagisce ai 44 morti, di cui 7 civili, e ai 155 feriti di sabato sera, sparando su sinistra e comunità kurda. Ieri in manette sono finiti i leader locali e i segretari provinciali del terzo partito turco, tutti accusati da Istanbul a Gaziantep, da Sanliurfa a Smirne, di contatti o collaborazionismo con il Pkk.

Pochi giorni prima la doppia esplosione che ha riportato morte e paura a Istanbul, la parlamentare dell’Hdp Beştas usciva dalla prigione di massima sicurezza di Edirne, dove dal novembre il co-presidente del partito Demirtas è detenuto: «Isolamento, restrizioni, assenza di Stato di diritto in ogni senso – ha detto – I nostri deputati e co-presidenti sono soggetti a tortura».

Una notizia passata sotto silenzio, se si fa eccezione per qualche media turco: è ormai calato in Europa l’interesse per un partito rappresentato in parlamento e oggi decimato e per nove parlamentari democraticamente eletti e ora dietro le sbarre. «Il fatto che il co-presidente del terzo partito della Turchia sia sottoposto a torture e restrizioni non sarà di beneficio al paese», ha concluso la Beştas. Per ora chi ne beneficia è sicuramente il presidente Erdogan per cui le bombe che esplodono con frequenza regolare sono un solido aiuto alla repressione della società civile e della comunità kurda.

Cavalca l’onda della paura su cui ha fondato elezioni anticipate e maggioranza assoluta: le bombe che sabato sera hanno centrato un veicolo della polizia sono già servite a lanciare nuovi raid aerei contro postazioni del Pkk in Iraq. Da subito, come accaduto per ogni attacco esplosivo, il governo ha subito accusato il Partito Kurdo dei Lavoratori e le Ypg kurde, con alcuni media vicini all’esecutivo che hanno addirittura parlato di combattenti provenienti dalla siriana Rojava. Eppure in passato il governo è stato costantemente smentito dalle successive rivendicazioni: o l’Isis o Tak, i Kurdistan Freedom Hawks, gruppo nato sì da una costola del Pkk ma fuoriuscito dalla sua orbita 12 anni fa.

La doppia esplosione allo stadio del Beşiktas ha avuto come target dei poliziotti a partita terminata: secondo Ankara la tempistica voleva provocare il maggior numero di vittime possibile, ma in realtà i tifosi erano già andati via da tempo. Lo dice lo stesso gruppo responsabile: i Tak hanno parlato di due kamikaze e nel comunicato online hanno spiegato di non avere nel mirino il popolo turco ma avvertito che «nessuno potrà vivere tranquillo mentre il Kurdistan viene torturato ogni giorno». Ma già i jet da guerra turchi si erano sollevati in volo per compiere almeno 12 bombardamenti nel nord dell’Iraq, nelle montagne di Qandil dove i combattenti del Pkk si sono ritirati tre anni fa con il lancio del processo di pace.

Cinquanta minuti di bombe e vendetta. «Devono sapere che non si salveranno, pagheranno un prezzo alto: hanno attaccato con viltà, perfidamente, quei giovani leoni che si preparavano a salire sugli autobus», il commento del presidente Erdogan, domenica, durante la visita ai feriti ricoverati in un ospedale di Istanbul.

E nella capitale culturale del paese, come accaduto nei giorni successivi al tentato golpe del 15 luglio, centinaia di sostenitori dell’Akp, il partito di governo, sono scesi in strada sventolando bandiere della Turchia mentre sui social network si moltiplicavano gli appelli alla vendetta contro il Pkk e i paesi occidentali considerati suoi sostenitori e rifornitori di armi, dai governi europei agli Stati Uniti, tutti però alleati Nato di Ankara (lo stesso ministro degli Interni Soylu ai funerali ha tacciato il Pkk di essere solo «un pupazzo in mano a poteri scuri, schiavo dei partner occidentali»).

È la narrativa dell’autoritarismo turco, fondata sull’identità unica e la turchizzazione. In tale contesto ogni attestato di consenso vale oro per Erdogan che da anni infiamma i conflitti interni alla società, politici ed economici, le guerre mediorientali e l’aggressione interna contro la comunità kurda. Ma, invece di assumersi la responsabilità politica di bombe e crisi economica, il presidente sfrutta con saggezza il caos che ha generato. Poche ore prima dell’attacco, l’Akp (con il sostegno dei nazionalisti dell’Mhp) ha presentato ufficialmente al parlamento la riforma costituzionale, 21 articoli che eliminano la figura del premier e consegnano il potere esecutivo al presidente. Spetterà alla presidenza emanare decreti legge, dichiarare lo stato di emergenza e governarlo in solitaria, nominare ufficiali pubblici, ministri e giudici. Il parlamento vedrà ridotto il potere di supervisione dell’esecutivo.

Misure criticate anche dalla stampa meno lontana dal governo: il direttore di Hurriyet ieri ha criticato «la mancanza di strategia» compensata da «una stretta nelle miure che limitano ancora di più la libertà ma non falliscono nel fermare gli atti di terrorismo». E senza l’unica vera opposizione in parlamento, l’Hdp, Erdogan avrà quanto vuole al prezzo di una polarizzazione devastante.

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