Intervista a Leopoldo Tartaglia. Sindacato e movimenti nella crisi globale

Intervista a Leopoldo Tartaglia di Sergio Segio, Rapporto sui diritti globali

Sergio Segio, Rapporto sui diritti globali 2016 • 4/12/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 1110 Viste

Intervista a Leopoldo Tartaglia di Sergio Segio, Rapporto sui diritti globali 2016

Alla vigilia della crisi globale, nel 2006, era arrivato finalmente in porto il processo di fondazione della Confederazione Internazionale dei Sindacati. Un percorso lento e lungo, di importanza strategica fondamentale per rafforzare a livello mondiale il peso e i diritti dei lavoratori, nei Paesi industrializzati così come nelle aree geografiche in via di sviluppo, dove spesso sono vulnerati non solo i diritti economici, ma la libertà stessa di fare sindacato, di organizzarsi e contrattare. La crisi perdurante ha comportato notevoli passi indietro rispetto al ciclo di conquiste precedenti, sul lavoro, nei sistemi di welfare, nella società in generale. Ampliare su scala mondiale la sindacalizzazione, misurarsi con i problemi inediti posti dalla globalizzazione, contrastare il neoliberismo e le diseguaglianze, ma anche mobilitarsi contro le guerre e per uno sviluppo ambientalmente compatibile sono alcune delle sfide, difficili ma vitali, che il sindacato ha di fronte, a livello dei singoli Paesi e nella dimensione internazionale. Una sfida nella quale, come già in questi ultimi 15 anni, realizzare anche confronto, scambio e cucire alleanze con i movimenti sociali. Leopoldo Tartaglia, che per la CGIL si è a lungo occupato del Dipartimento Internazionale e di Politiche globali, riassume qui le tappe della Confederazione mondiale e le caratteristiche di quella sfida.

 

Rapporto Diritti Globali: La Confederazione mondiale dei sindacati ha compiuto dieci anni. Ce ne puoi raccontare tappe e radici?

Leopoldo Tartaglia: Sì, il Congresso di fondazione della Confederazione Internazionale dei sindacati (CSI, o International Trade Union Confederation, ITUC) si è tenuto dall’1 al 3 novembre del 2006, a Vienna. Il nuovo raggruppamento, dopo un lungo percorso di confronto, nasceva dalla fusione delle precedenti organizzazioni: la Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi (CISL – ICFTU), che in quel momento dichiarava 225 sindacati affiliati in 148 Paesi per complessivi 157 milioni di iscritti, e la Confederazione Mondiale del Lavoro (CMT – WCL), con 26 milioni di aderenti in 116 Paesi; oltre alle due centrali, a Vienna confluirono anche otto sindacati nazionali, come ad esempio la francese CGT, che sino ad allora non erano stati affiliati ad alcuna internazionale.

Nel momento costitutivo, complessivamente, l’ITUC era dunque forte di ben 306 organizzazioni sindacali in 154 Paesi del mondo, in rappresentanza di 168 milioni di iscritti. Una grande organizzazione, costituita per «affrontare le sfide della globalizzazione con rinnovate energie e speranze», come dichiarava il comunicato stampa ufficiale.

 

RDG: Colpisce, in effetti, la forza e la dimensione, ma anche il ritardo con il quale il sindacato si è attrezzato su scala mondiale per misurarsi con gli inediti problemi posti dalla globalizzazione dell’economia, sotto il segno del neoliberismo, che a quella data era imperante ormai da un paio di decenni. E la CGIL, in quei frangenti, quale posizione prese?

LT: Già nei passaggi preliminari alla costituzione del nuovo soggetto globale, la CGIL sottolineava la necessità di nuovo slancio nell’agire sindacale internazionale per tutelare i propri rappresentati nella nuova divisione internazionale del lavoro, caratterizzata, a nostro avviso, dalla globalizzazione senza regole. La nuova Confederazione internazionale costituiva pertanto la necessaria precondizione per affrontare le sfide, sicuramente inedite ma anche particolarmente difficili e gravose. Come, del resto, gli sviluppi successivi e la situazione determinata dalla grande e perdurante crisi economico-finanziaria che ha preso le mosse l’anno seguente, il 2007, ha posto sotto gli occhi di tutti.

Nel valutare i ritardi, oltre che di ragioni storiche e geografiche, non si può non tenere conto delle contraddizioni, resistenze e passività che in quel processo erano emerse a partire da alcuni sindacati nazionali e le difficoltà della stessa CISL internazionale, che sommava ai propri limiti la crisi, anche finanziaria, delle sue affiliate maggiori (la statunitense AFL-CIO, il TUC britannico, la DGB tedesca e il giapponese Rengo), tutte, per ragioni in parte comuni e in parte specifiche, in grave arretramento organizzativo e di rappresentanza.

Le posizioni espresse da alcune di queste Confederazioni avevano portato a porre l’accento più sulle modalità organizzative e finanziarie del processo di costruzione della nuova centrale che non sui suoi contenuti programmatici, ed erano state concausa di ritardi al riguardo, ivi compresa la necessità di un’analisi puntuale e approfondita sulla natura, le dinamiche e i rischi di quella “finanziarizzazione” dell’economia, della shock economy e di quel “capitalismo delle bolle” che, in effetti, da lì a poco avrebbe visto l’inizio traumatico della crisi globale con l’esplosione della bolla immobiliare dei mutui subprime.

Rimanendo al dibattito e confronto preliminare, la CGIL insistette molto sul criterio della rappresentatività dei sindacati affiliati, che poi fu in effetti introdotto nello Statuto e nella Carte dei principi dell’ITUC, e anche sui valori democratici e pacifisti che avrebbero dovuto caratterizzare la Confederazione.

 

RDG: Una sottolineatura, questa della vocazione pacifista, non certo secondaria, date le lezioni della Storia riguardo l’interventismo di parte delle sinistre e anche dei sindacati nei conflitti mondiali del Novecento, e data l’attualità – in quel momento e tutt’oggi, per la verità – della guerra in Iraq, tenacemente perseguita dall’amministrazione Bush, che arrivò a teorizzare la “guerra infinita”, e che vide, anche in Italia, la forte contestazione da parte dei movimenti sociali, che vedevano i rischi di un nuovo colonialismo. Questo tema entrò, e come, nel dibattito fondativo dell’ITUC?

LT: Nelle risoluzioni politiche del congresso fondativo è stato inquadrato il tema della crisi internazionale, così come si presentava nell’autunno del 2006, non eludendo anche un giudizio sulla “guerra preventiva” che, sia nella versione Bush, che in quella di Putin, era una teoria geopolitica, di ritorno indietro dal sistema delle Nazioni Unite. La questione della riforma dell’ONU, delle istituzioni sovranazionali economiche, del rapporto tra politica ed economia a livello globale, delle sedi, strumenti e contenuti per una nuova democrazia globale, alternativa all’unilateralismo dei forti e, in sé, alternativa a un modello di sviluppo fondato sulla sudditanza e subordinazione del lavoro, nel Sud e nel Nord del mondo, è stata presente nel dibattito e ripresa, seppur non in maniera organica, in alcune delle risoluzioni approvate.

È stata anche colta la necessità di interlocuzione del sindacato internazionale con la società civile ed il movimento altermondialista, vissuto finalmente non in modo competitivo, ma come possibile alleato nella definizione di alternative alla cultura politica neoliberista, compresa la sua variante “bellica”.

 

RDG: Come ha reagito la Confederazione all’esplodere della crisi globale, con il suo portato di approfondimento delle diseguaglianze e anche delle differenze tra aree geografiche?

Va tenuto conto che il secondo Congresso si è tenuto solo nel giugno 2010, a Vancouver, con la presenza di 1.400 delegati sindacali, in rappresentanza dei 175 milioni di lavoratori da 155 Paesi, organizzati dai 311 sindacati affiliati. Numeri e ramificazione che possono dare conto del peso politico e contrattuale, ma anche delle inevitabili difficoltà, lentezze organizzative e di qualche farraginosità.

In quell’assise, la CSI ha dedicato particolarmente la sua attenzione al sostegno delle organizzazioni sindacali affiliate nei Paesi più fragili e dove i diritti sindacali sono pesantemente violati, e a costruire e rappresentare una posizione comune del sindacalismo internazionale di fronte alle pesantissime ricadute sociali della crisi economica e finanziaria globale. In quel momento, erano più colpiti i Paesi europei e quelli maggiormente industrializzati, ma nelle economie emergenti e nei Paesi in via di sviluppo alla crescita economica, già in precedenza, non corrispondeva un avanzamento del lavoro dignitoso, dei diritti sociali e sindacali e la maggior parte della forza lavoro globale continuava a vivere ancora in condizioni di povertà, nel lavoro informale e priva di protezioni sociali. Le diseguaglianze erano – e, ahimè, sono – ovunque in crescita.

Gli obiettivi e le proposte che il sindacato mondiale mise subito a fuoco e declinò negli interventi al Congresso, sotto il titolo di “Adesso la gente. Dalla crisi alla giustizia globale”, sono stati la necessità di politiche alternative per uscire dalla crisi, centrate sull’occupazione e il lavoro dignitoso; la lotta alle diseguaglianze nel mercato del lavoro e nei redditi; una spinta e decisioni ben più forti di quelle annunciate per regolamentare la finanza e ridare il giusto peso all’economia reale; un nuovo modello di sviluppo, capace di cambiare la globalizzazione neoliberista e basato su una nuova economia verde, che bloccasse e invertisse il catastrofico cambiamento climatico. Senza tacere la necessità di una diversa governance globale, sostituendo alle scelte di deregolamentazione e privatizzazione un approccio fondato sulla dimensione sociale della globalizzazione, a partire dagli obiettivi dello sviluppo sostenibile e della creazione di posti di lavoro dignitosi.

Da ricordare e da rimarcare, poi, il fatto che a Vancouver, per la prima volta nella storia sindacale internazionale, una donna, l’australiana Sharan Burrow, è stata eletta Segretario generale della CSI, sostituendo Guy Ryder, che ritornava a ricoprire un incarico nell’ufficio di gabinetto del direttore generale dell’ILO.

Al terzo Congresso (tenuto a Berlino nel maggio 2014), il titolo, significativamente, è stato Building Workers’ Power: l’intenzione era di mettere al centro la sindacalizzazione, partendo dalla consapevolezza che solo il 7% dei lavoratori del mondo erano organizzati da sindacati indipendenti e democratici affiliati alla CSI, mentre un altro 8% (a partire dai 238 milioni del sindacato ufficiale cinese ACFTU) erano iscritti a sindacati non affiliati. Il Congresso ha quindi definito un obiettivo di sindacalizzazione in vista della prossima assise, fissata nel 2018: altri 27 milioni di nuovi iscritti. Un obiettivo necessario e ambizioso poiché, se si esclude la situazione della Cina, con la specificità del suo sistema sindacale (il sindacato unico ACFTU dichiara una spettacolare crescita di iscritti), il tasso di sindacalizzazione è andato progressivamente riducendosi nei Paesi più industrializzati e a maggiore tradizione sindacale, mentre rimane bassissimo – per ragioni strutturali del mercato del lavoro, per pesanti limiti organizzativi, per la divisione e la debolezza delle organizzazioni sindacali – nei Paesi emergenti e in via di sviluppo.

Ovviamente, il problema non sono tanto i numeri in sé, quanto, appunto, il potere e la forza dei lavoratori e delle loro rappresentanze. Vi è da considerare, al riguardo, che il perdurare della crisi aveva reso, e tuttora rende, più deboli e ricattabili i lavoratori, a fronte di un generalizzato e penetrante attacco ai loro diritti consolidati e allo Stato sociale nei Paesi maggiormente industrializzati, ma anche nelle aree meno sviluppate, dove le strategie di delocalizzazione e di insediamento di “zone economiche speciali” sottratte a regole e controlli, già affermatesi negli anni precedenti, avevano visto il potere dei gruppi multinazionali tradursi in forme di lavoro semischiavistico o comunque di intenso sfruttamento.

Insomma, i compiti del sindacato mondiale sono sempre più ampi e anche più difficili. La crisi, tuttavia, ha rafforzato la costruzione di un’agenda comune tra i sindacati dei diversi Paesi e ha visto un ruolo di maggiore presenza, visibilità e coordinamento della Confederazione internazionale.

 

RDG: Qual è il quadro numerico, e quali gli aspetti più preoccupanti, del processo di compressione dei diritti dei lavoratori acuito dalla crisi globale?

Possiamo osservare la fotografia, drammatica, che emerge dai dati dell’ILO: la disoccupazione ufficiale supera i 200 milioni di persone, circa 30 milioni di più del 2008; se si calcolano anche coloro che sono forzatamente usciti dal mercato del lavoro, si evidenzia un “gap occupazionale” di 62 milioni di posti di lavoro, sottratti dalla crisi. Nel mondo, circa 319 milioni di lavoratrici e lavoratori devono ancora sopravvivere con meno di 1,25 dollari al giorno; la realtà dei working poors per la maggior parte riguarda i Paesi in via di sviluppo, ma è fonte di crescente preoccupazione anche in molti Paesi industrializzati, Europa e Italia comprese. Alla povertà si lega la questione della protezione sociale, disponibile su basi adeguate solo per il 27% della popolazione globale. Il lavoro si è impoverito e le diseguaglianze si sono accentuate anche per la costante riduzione della quota dei salari sul prodotto interno lordo che è scesa, nei Paesi sviluppati per i quali i dati sono disponibili, dal 75% verso la metà degli anni Settanta del secolo scorso al 65% nella prima decade del 2000.

Un altro crescente e preoccupante aspetto è legato alle forme precarie e irregolari del lavoro: a livello globale, metà della forza lavoro è impegnata nell’economia informale, fenomeno che riguarda tanto i Paesi in via di sviluppo quanto le economie avanzate.

Ancor più drammatica e imponente è poi la realtà del lavoro nocivo e insicuro: ogni anno, circa due milioni e 300 mila lavoratori perdono la vita per cause legate all’attività lavorativa, cui si aggiungono i costi umani e materiali dell’altissimo numero di infortuni e malattie professionali, fisiche e psichiche, correlate allo stress da lavoro: alla irreparabile perdita umana si sommano i costi economici che ammontano al 4% del prodotto globale.

Il rispetto dei diritti fondamentali del lavoro rimane dunque un obiettivo lontano. Nonostante significativi avanzamenti, negli anni recenti ci sono stati anche diversi passi indietro. La metà dei lavoratori mondiali si trova in Paesi i cui governi e parlamenti non hanno ratificato la Convenzione ILO numero 87 sulla libertà di organizzazione sindacale; ci sono ancora 168 milioni di minori al lavoro e 21 milioni di vittime di lavoro forzato. E il mondo del lavoro è ancora affetto da grandi discriminazioni di genere, ma anche per ragioni etniche, religiose, nei confronti della disabilità.

 

RDG: Il processo di globalizzazione economica, e la messa in discussione delle forme del lavoro e delle garanzie e conquiste connesse ai cicli precedenti e in particolare al fordismo, tra i suoi effetti vede la diffusione di modalità di lavoro atipiche, una atomizzazione e disseminazione che, se rende più debole chi lavora, al contempo dovrebbe rendere più immediata e percepita la necessità di alleanze a livello sociale. Quali sono stati i rapporti e gli scambi tra sindacati e movimenti in questi ultimi vent’anni?

 

LT: Non sempre in modo lineare e senza contraddizioni, ma un rapporto tra la Confederazione sindacale sia europea che internazionale con i movimenti cosiddetti altermondialisti si è costruito e anche rafforzato nel corso del tempo. In particolare, a partire dal ruolo avuto dalla CUT brasiliana nella copromozione del Forum Sociale Mondiale, che, a partire dall’America Latina, ha progressivamente allargato la sua capacità di coinvolgimento a tutti i continenti.

Un rapporto che, oltre alle problematiche più direttamente riguardanti il lavoro e l’economia, a partire da una comune critica alla deregolazione neoliberista del mercato del lavoro, al ruolo delle multinazionali e alla finanziarizzazione dell’economia, si è presto esteso e rinsaldato anche attorno alla mobilitazione contro le guerre che stanno tragicamente caratterizzando questo primo quindicennio del millennio, dall’Afghanistan all’Iraq, dal Medio Oriente ai diversi Paesi africani.

Se nel 2001, alla contestazione del G8 di Genova, erano presenti la sola FIOM e la sinistra sindacale CGIL, almeno a partire dal Forum Sociale Europeo di Firenze, del novembre 2002, la CGIL nel suo complesso è stata tra i protagonisti del fecondo dialogo e intreccio tra sindacati e movimenti, non solo in Italia, ma anche a livello europeo e mondiale, lavorando costantemente per costruire reti e occasioni di incontro e per contribuire al pieno coinvolgimento della Confederazione europea e di quella internazionale in questi percorsi.

Su un altro piano, un dialogo importante è stato realizzato anche con le “Primavere arabe”. Nel secondo Congresso della CSI, nel 2010, si era consentita la creazione di una nuova struttura, il Consiglio dei Sindacati Arabi (ATUC, Arab Trade Unions Council), che raggruppa sindacati affiliati afferenti ai due diversi regionali di Africa e Asia. Al di là delle dispute di competenza territoriale, la CSI ha cercato, anche in questo modo, di dare una risposta alle nuove spinte, anche sul versante sindacale, provenienti dalle “Primavere arabe”. La situazione sindacale precedente e successiva a queste enormi mobilitazioni democratiche era molto diversificata – dalla Tunisia, dove il profondo rinnovamento e il protagonismo della UGTT sono stati uno degli ingredienti fondamentali di un processo avanzato, all’Egitto, dove la repressione di regime e la frammentazione “politica” hanno reso fragili i sindacati indipendenti, per citare solo due esempi – ma la CSI ha giustamente rivolto il sostegno dato ai sindacati democratici anche per risolvere la “storica” contraddizione di una “confederazione” dei sindacati arabi, la CISA, troppo burocratizzata e intimamente legata ai regimi di quei Paesi.

Ciò detto, è inevitabile registrare che se l’esperienza del Forum Sociale Mondiale, così come quella delle rivolte democratiche nel Paesi arabi, hanno avuto, da diversi punti di vista, un ruolo determinante e anche di traino, a distanza di tempo permane una preziosa eredità di analisi e consapevolezza, ma non un’attualità di presenza e di capacità di mobilitazione (anche se non vanno certo sottovalutate specifiche campagne e battaglie, come ad esempio quella in corso contro il TTIP, che vedono uniti movimenti, associazioni e sindacati). Non possiamo certo essere contenti dell’attuale debolezza dei movimenti, ma essa, indirettamente, ci aiuta a capire l’importanza di strutture e dimensioni, magari lente e appesantite, come quella del sindacato e tanto più del sindacato internazionale. Che possono essere stimolate e criticate, ma di cui va colta la rilevanza strategica, oltre che il valore storico.

La sfida che i tempi, le trasformazioni e la crisi a carattere ormai strutturale pongono, non può davvero prescinderne.

 

*****

 

Leopoldo Tartaglia: Dopo la direzione della CGIL di Padova, dal 2003 ha lavorato al Dipartimento Internazionale della CGIL, con responsabilità dei rapporti con i Paesi asiatici e con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Dal 2011 al 2015 è stato coordinatore del Dipartimento Politiche globali della Confederazione. Quindi è stato responsabile degli Studi internazionali della Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Da ultimo, opera nel Dipartimento Diritti e benessere dello SPI nazionale.

Tra le sue pubblicazioni: Bandiere rosse sul tetto del mondo. Il Nepal tra monarchia, guerra di popolo e democrazia (Ediesse, 2010); Dieci anni vissuti pericolosamente. La Confederazione internazionale dei sindacati nella grande crisi globale – Prima parte, “Quaderni di Rassegna Sindacale”, n. 2/2016; Dieci anni vissuti pericolosamente. La Confederazione internazionale dei sindacati nella grande crisi globale – Seconda parte, “Quaderni di Rassegna Sindacale”, n. 3/2016.

 

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