Trump contro la Cia, scontro totale

La Cia sostiene che i pirati informatici agli ordini di Vladimir Putin abbiano interferito nelle elezioni dell’8 novembre per far vincere Donald Trump

Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera • 12/12/2016 • Internazionale • 752 Viste

NEW YORK Qualcuno si sta sbagliando: pericolosamente. La Cia sostiene che i pirati informatici agli ordini di Vladimir Putin abbiano interferito nelle elezioni dell’8 novembre per far vincere Donald Trump.

Il neopresidente liquida come «ridicole» queste conclusioni, non ascolta i briefing dei servizi segreti e, fatte salve le sorprese dell’ultima ora, si prepara a nominare come Segretario di Stato Rex Tillerson, un petroliere premiato da Putin con «l’Ordine dell’amicizia».

L’Fbi si muove con più cautela e fa sapere in un’audizione al Congresso che non ci sono prove di azioni ostili da parte dei russi. Il presidente in carica, Barack Obama, infine, ordina a James Clapper, direttore della National Intelligence, che coordina le 17 agenzie dei servizi segreti, Cia e Fbi compresi, di preparare un rapporto completo sulle manovre russe, da presentare al Paese prima del 20 gennaio, il giorno in cui Trump entrerà alla Casa Bianca.

Basta allineare i fatti per trovarsi di fronte a uno sconcertante conflitto istituzionale, senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti. L’inquietudine, il disorientamento sono profondi, come dimostrano le dichiarazioni rilasciate dal Senatore repubblicano John McCain, uno dei politici più indipendenti e quindi più stimati del Paese. McCain è scettico sui risultati raggiunti dalla Cia: «Hanno già sbagliato altre volte»; però ritiene fondamentale andare avanti nell’indagine sui «cyber attack» riconducibili a Mosca.

Per il momento Trump minimizza, arrivando a delegittimare il ruolo della Cia, come nessun altro presidente, neanche Richard Nixon, aveva fatto. Ecco la sua nota ufficiale: «La Cia? Sono le stesse persone che dicevano: Saddam Hussein ha armi di distruzione di massa. Le elezioni sono finite tempo fa con una nostra grande vittoria». Ma è proprio questo argomento che sta dividendo persino il partito repubblicano.

Certo è difficile provare che gli hacker pilotati da Mosca abbiano sconfitto Hillary Clinton. La stessa Casa Bianca il 3 dicembre scorso precisava: «I risultati delle elezioni riflettono accuratamente la volontà del popolo americano». Come dire: non ci sono stati trucchi né brogli. Per altro il riconteggio dei voti non sembra dimostrare il contrario. Complicato anche stabilire se e come siano state condizionate le percentuali uscite dalle urne. Le mail rubate dai pirati informatici rivelavano le trame dello staff di Hillary Clinton per sabotare la campagna di Bernie Sanders. Ebbene Hillary ha perso nel Nord industriale del Paese, ma ha vinto largamente, per esempio, nel Vermont di Bernie.

In realtà il problema ora oltrepassa l’esito della corsa alla Casa Bianca. La Cia sta avvisando il nuovo presidente che dovrà fronteggiare un’offensiva strutturata, permanente. Ammesso che questa volta le contromisure abbiano davvero resistito, non significa che la minaccia sia rientrata. A settembre lo stesso Clapper, prossimo a lasciare la National Intelligence, si riferiva anche ai russi quando osservava: «Siamo in presenza dell’insieme più complicato di minacce globali che io abbia mai visto in 53 anni di servizio». I servizi segreti stanno indagando sulle operazioni russe in Siria, in Ucraina e nell’Europa orientale, sui collegamenti con l’Iran. La partita, adesso, tocca gli equilibri internazionali. Quali sono le intenzioni di Putin? Come devono reagire gli Stati Uniti? Queste sono le domande poste da McCain e da altri Senatori repubblicani, come Lindsay Graham o Bob Corker. Trump, però, sembra voler chiudere il caso semplicemente spianando la Cia, con la nomina di un nuovo capo, Mike Pompeo. Ma non basterà.

Giuseppe Sarcina

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