NEW YORK. «Avanti le donne e i bambini». Era il capodanno del 1892 quando Annie Moore, una ragazzina «sui 15 anni » (in realtà ne aveva 17), entrò nella grande stanza dell’Immigration Bureau, la stazione nuova di zecca per le ispezioni federali costruita ad Ellis Island.
Fu lei, appena sbarcata dalla nave a vapore Nevada, la ‘migrante zero’, la prima dei 12 milioni di immigranti che fino al 1954 furono costretti a transitare davanti ai severi ispettori di quell’isolotto accanto alla Statua della Libertà e a poche centinaia di metri dal porto di New York. Dodici milioni, in prevalenza europei (moltissimi gli italiani), che in quella che venne (molto più tardi) definita la ‘Porta d’Oro’ – ma che fu anche luogo di umiliazioni, vessazioni, deportazioni, respingimenti e odiose divisioni familiari – cercavano il proprio ‘sogno americano’.
Quel capodanno di 125 anni fa fu un giorno di festa, in una Ellis Island appena inaugurata dove tra funzionari, medici e reporter, 148 persone (i passeggeri della Nevada) si misero in fila per un verdetto che avrebbe cambiato la loro vita. «L’onore è stato riservato a una piccola ragazza irlandese dalle guance rosate. Annie Moore, quindici anni di età, in arrivo dalla contea di Cork dopo 11 giorni di navigazione. Il suo nome è ora insigne per essere stata la prima ad essere registrata nel libro degli arrivi ». Così il New York Times del 2 gennaio 1892 raccontava lo sbarco della ‘migrante zero’, trasportata dalla Nevada ai nuovi uffici da una «barca da trasporto immigranti, decorata con bandierine e accompagnata lungo la banchina dal suono metallico di campane e il baccano di fischi stridenti».
Nell’ufficio degli ispettori tutto era pronto per l’arrivo degli immigrati irlandesi (quel giorno, oltre alla Nevada, arrivarono anche altre due navi) e quando Annie scese a terra venne rapidamente scortata nella grande sala all’interno. Al tavolo del ‘registro immigrati’ sedeva per l’occasione Charles M. Hendley, segretario particolare del ministro del Tesoro William Windom (morto da pochi mesi), che aveva ottenuto dal colonnello Weber – il capo degli ispettori – «il grande onore di accogliere il primo emigrante». E fu proprio Weber a consegnare alla piccola Annie una moneta d’oro da dieci dollari (per la ragazza irlandese di povera famiglia l’equivalente di un vero tesoro) che unite alle parole di «benvenuta » le aprirono le porte del suo personale American dream.
Per ricordare la ‘migrante zero’ e i milioni di immigrati che negli Stati Uniti d’America hanno trovato fortuna (non tutti) e hanno contribuito come pochi a costruirne le fortune e la potenza attuale, ad Ellis Island – oggi un bel museo sull’immigrazione visitato ogni anno da 4 milioni di persone (compresi i moltissimi americani in cerca delle proprie radici) – c’è una statua in bronzo che la rappresenta. Su di lei si era inizialmente creata una leggenda, che raccontava come la quindicenne irlandese da New York fosse andata in Texas e poi in New Mexico, si fosse sposata con un famoso patriota irlandese e fosse morta in un tragico incidente, travolta da un camion.
La realtà era diversa, la sua vera storia è venuta fuori solo nel 2006 (grazie a lunghe ricerche e studi negli archivi dell’epoca) ed è molto meno avventurosa. Quando sbarcò come ‘migrante zero’ Annie aveva già 17 anni, con lei scesero a Ellis Island anche i due fratelli Anthony e Philip (15 e 11 anni) e tutti insieme raggiunsero i genitori (già emigrati) in una povera casa del Lower East Side su Monroe Street. Tre anni dopo l’arrivo si sposò con un panettiere, ebbe undici figli e una vita di privazioni e di stenti in quella New York del primo Novecento dove vigeva la legge del più forte e lo sfruttamento del lavoro (anche minorile) era pane quotidiano per gli immigrati irlandesi, italiani, polacchi ed ebrei. Per lei il ‘sogno americano’ fu una vita durissima e la morte a 42 anni, dopo aver visto morire di malattie e denutrizione cinque dei suoi figli.
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