Adem Uzun. Stragi e violazioni dei diritti umani non turbano l’Europa alleata di Erdoğan

Intervista con Adem Uzun, a cura di Orsola Casagrande, dal 14° Rapporto sui diritti globali

Orsola Casagrande, 14° Rapporto sui diritti globali • 11/1/2017 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 666 Viste

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan esce rafforzato dopo il fallito golpe in Turchia e, sostiene Adem Uzun, membro del Congresso Nazionale del Kurdistan. Ha intensificato la guerra contro i kurdi, ha scatenato una immane repressione in Turchia e tiene in ostaggio l’Unione Europea, da cui ha ricevuto ingenti risorse economiche in cambio dell’arresto del flusso dei profughi in fuga dalle guerre. Così, l’Europa tace sulla guerra in Kurdistan e sulle violazioni dei diritti umani in tutta la Turchia, dopo aver firmato con Ankara un accordo disumano e illegale, che ha messo a rischio la vita di milioni di persone.

 

Redazione Diritti Globali: Cominciamo da una valutazione sul fallito golpe in Turchia, il 15 luglio 2016.

Adem Uzun: Prima di tutto credo sia importante chiarire che, contrariamente al battage di Erdoğan, il tentativo di golpe non è ascrivibile soltanto ai sostenitori di Fethullah Gülen. Chiaramente i gulenisti hanno partecipato all’operazione, vista la guerra aperta dell’AKP nei loro confronti, ma non ne sono stata l’anima: non sono così tanti all’interno dell’esercito. Il fallito golpe aveva l’appoggio di una buona parte dell’esercito, anche se non era stato evidentemente pianificato con la sufficiente calma e preparazione. Va anche detto che i militari coinvolti nella guerra in Kurdistan, anche se non hanno partecipato direttamente al golpe, erano in maggioranza d’accordo con questo tentativo di rovesciare Erdoğan. Molti sono stati successivamente arrestati e accusati di alto tradimento. Detto questo, dobbiamo aggiungere il fatto che quando l’AKP ha deciso di non poter risolvere la questione kurda attraverso i negoziati, ha ripreso la guerra su larga scala. Ma concentrando i suoi sforzi sulla distruzione del movimento kurdo, ha lasciato che all’interno dell’esercito crescesse la tentazione del golpe. Di fatto, l’esercito, forte del suo ruolo in Kurdistan e di un risultato elettorale poco soddisfacente per Erdoğan, nelle prime elezioni [quelle del 7 giugno 2015, NdR], è diventato l’elemento forte dello Stato. Erdoğan dipendeva dall’esercito e questa posizione di forza ha convinto i generali che era arrivato il momento di approfittare della situazione. Le alte sfere dell’esercito hanno creduto di poter rovesciare il governo e ci hanno provato. Questi “nuovi nazionalisti”, nelle ore del golpe, hanno proclamato un “Consiglio di Pace nel Paese”, un nome curioso ma non così strano: se avessero avuto successo avrebbero condannato Erdoğan e il suo AKP utilizzando come principale capo d’accusa le relazioni del governo con l’ISIS; relazioni che loro – essendo in prima linea al fronte – hanno potuto verificare e capire come funzionavano. Un’accusa di collaborazione con l’ISIS poi avrebbe, secondo i generali golpisti, favorito l’appoggio di quasi tutto il mondo occidentale. Sapremo più in là nel tempo i dettagli, ma è chiaro che il governo aveva informazioni di intelligence sul golpe e questo ha consentito un intervento mirato e rapido. Erdoğan ha fatto appello alla popolazione, chiedendole di uscire a difendere la democrazia. I golpisti sono stati rapidamente sconfitti e poche ore dopo sono iniziati gli arresti e le epurazioni in massa di tutti coloro che si oppongono all’AKP ma che Erdoğan non poteva eliminare con una scusa legale. Così la sospensione di migliaia di giudici, rettori, professori, funzionari statali, eccetera. Va da sé che né il golpe né un presidente Erdoğan, rafforzato com’è oggi, hanno il benessere della gente e la democrazia come loro obiettivo.

 

RDG: La guerra del governo turco in Kurdistan ha subito una nuova accelerazione, dopo un periodo di relativa calma nel quale la speranza dell’avvio di negoziati di pace sembrava reale.

AU: Il presidente Erdoğan ha sospeso il processo di pace e di negoziazione con i kurdi unilateralmente nell’aprile 2015 e lo Stato turco ha ripreso la guerra contro i kurdi nel luglio dello stesso anno. In questo periodo di guerra un totale di 825 persone sono state massacrate, la maggioranza erano civili. Sette città e villaggi kurdi (Cizre, Silopi, Nusaybin, Yuksekova, Sur, Sirnak, İdil) sono state bombardate; migliaia di soldati, polizia, gendarmi, forze speciali e guardie di villaggi hanno partecipato all’operazione, che hanno di fatto raso al suolo le città. Nella sola Cizre, 170 persone sono state bruciate vive e questo massacro è stato documentato con diversi rapporti dalle Nazioni Unite, Amnesty International, Human Rights Watch, l’Associazione turca per i Diritti umani (IHD) e molte altre istituzioni. Quest’aggressione è stata giustificata dalle autorità turche con l’accusa alle municipalità kurde di separatismo. In realtà, le municipalità e le istituzioni kurde da anni stanno dichiarando e praticando quella che chiamiamo “autonomia democratica”.

Quasi un milione e mezzo di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case, decine di sindaci eletti sono stati sospesi e si è avviato il processo per l’incarcerazione dei deputati kurdi dopo aver loro tolto l’immunità parlamentare. Ci sono operazioni in corso per attaccare i kurdi e la loro lotta con una guerra a tutto campo. Le autorità, e non potrebbero essere più esplicite, lo chiamano “modello Sri Lanka”.

 

RDG: Qual è stata la reazione della comunità internazionale di fronte a questi massacri, specialmente quello di Cizre?

AU: Mi dispiace dover dire che la comunità internazionale è rimasta in silenzio sul tema del massacro nelle città e nei villaggi kurdi come Cizre e Sur. È un silenzio che rassicura lo Stato turco e il governo dell’AKP, che sentono di poter commettere questi massacri con impunità. Lo Stato turco, che uccise decine di kurdi in esecuzioni sommarie perpetrate da “ignoti” durante gli anni Novanta, è stato responsabile, in tutto il 2015 e in quello che è trascorso del 2016, di una serie di massacri compiuti davanti agli occhi del mondo. Le organizzazioni kurde hanno denunciato questi massacri e violazioni con manifestazioni in tutta Europa e di fronte a istituzioni internazionali, ma le risposte sono state decisamente scarse.

 

RDG: Il presidente del PKK Abdullah Öcalan è detenuto nel carcere di Imrali dal 1999. Dopo quello che sembrava un avvio di negoziato con il governo di Erdoğan, ogni contatto con Öcalan è stato nuovamente sospeso. I suoi avvocati sono riusciti a visitarlo?

AU: No, non abbiamo nessuna informazione sul suo stato di salute e fisico. Sono ormai cinque anni che gli avvocati di Öcalan non vedono il loro cliente. La sua famiglia non lo vede da un anno e nove mesi e la delegazione di deputati kurdi che soleva visitarlo durante l’avvio dei negoziati con il governo, non lo vede da sette mesi. La delegazione del CPT (il Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa), che è stata recentemente sull’isola di Imrali, non è riuscita a ricavare grandi informazioni. Il movimento e il popolo kurdi sono estremamente preoccupati per le condizioni di Öcalan. Abbiamo lanciato una campagna di firme sostenuta da varie manifestazioni in tutta Europa per denunciare questa situazione.

 

RDG: Che cosa pensi dell’accordo tra l’Unione Europea e il governo turco in materia di immigrazione?

AU: Con questo accordo sui profughi Erdoğan tiene l’Unione Europea in ostaggio. Il governo turco voleva che l’Europa facesse il gioco delle “tre scimmie” rispetto ai massacri in Kurdistan e alla persecuzione dell’opposizione in tutta la Turchia e ha vinto. L’accordo sui profughi è un accordo immorale e disumano. L’ Europa e la Turchia hanno fatto un accordo economico su una tragedia in cui la vita di milioni di profughi è a rischio. Mi sembra che questo rappresenti un punto estremamente basso per l’Unione in materia di diritti umani e di principi democratici. L’Unione Europea ha chiaramente e vergognosamente dimostrato quanto poco le interessano le vite di milioni di persone, profughi, migranti, uomini e donne in fuga.

 

RDG: Menzionavi poc’anzi la relazione della Turchia con l’ISIS, come si struttura e, più in generale, qual è il coinvolgimento turco in Siria?

AU: Credo che l’essenza della politica turca in Siria sia ben sintetizzata da una affermazione che Erdoğan ripete spesso: «abbiamo sbagliato lasciando che si creasse uno Stato kurdo in Nord Iraq ma non faremo lo stesso errore nel Nord della Siria». Il presidente turco è stato a favore di un intervento in Siria fin dall’inizio del conflitto e per questo ha offerto ogni genere di aiuto alle forze che combattono il presidente Bashar al-Assad. Prima ha appoggiato varie fazioni della frammentata e ambigua opposizione siriana; successivamente ha sostenuto attivamente l’ISIS, in primis nel tentativo di conquistare Kobane e così annichilire l’idea di un Kurdistan autonomo in Rojava.

Le relazioni tra Turchia e ISIS sono profonde e su più livelli: i militanti islamici hanno potuto entrare e uscire dal territorio turco a loro piacimento e hanno goduto di aiuto logistico e militare. Eppure anche questo alleato si è dimostrato poco “vincitore” per la Turchia, che adesso sta ridefinendo per l’ennesima volta la sua posizione. Non è un caso che stia cercando di ristabilire una qualche relazione con al-Assad, anche attraverso una ripresa di relazioni con la Russia di Vladimir Putin. Non c’è dubbio che la Turchia si trovi in un momento delicato per quel che riguarda le sue future relazioni con gli Stati della regione: il suo schizofrenico saltare da un Paese all’altro è insostenibile.

 

RDG: Qual è la situazione in Rojava?

AU: Il corridoio tra Kobane e Efrin è stato aperto, il che significa che Rojava e la Federazione del Nord della Siria stanno ottenendo anche un’unità geografica. Le zone attorno a Manbij sono state liberate dall’occupazione ISIS e si sta liberando anche la città. Questa zona era una roccaforte dell’ISIS e gli islamici la stanno perdendo. Il che non significa che stiano cessando gli orrori perpetrati da queste milizie. Rojava sta rafforzando il suo sistema sociale sulla base dei concetti di confederalismo democratico e di nazione democratica e si sta imponendo sempre più come modello per una soluzione dei conflitti nella regione.

 

RDG: Perché i kurdi hanno deciso di porsi alla testa della coalizione sostenuta dagli USA che combatte l’ISIS?

AU: Il popolo kurdo considera la sua libertà come parte di una libertà più ampia, che riguarda tutte le nazioni in Siria. Per questo, finché sarà presente la minaccia dell’ISIS, i kurdi si sentiranno obbligati a combattere questa minaccia. Lo stanno facendo in una coalizione denominata Forze Democratiche Siriane (Syrian Democratic Forces). L’ISIS è un pericolo e una minaccia per tutta l’umanità. La lotta delle Forze Democratiche Siriane contro questo pericolo pone anche le basi di una rivoluzione popolare, guidata da nazioni e gruppi di religioni diverse. I kurdi giocano un ruolo importante nella costruzione di una nuova Siria democratica, dove ogni nazione e religione abbia la stessa dignità.

 

RDG: Vedi una Siria federale nel futuro?

AU: La Siria si trasformerà in un sistema federale democratico o si spaccherà. Non ci sono altre possibilità. Non è possibile un ritorno alla Siria di prima e anche la disintegrazione del Paese mi sembra poco probabile. Pertanto, mi pare che una Siria federale sia il sistema con maggiori probabilità.

 

RDG: Completiamo il quadro spostandoci in Sud Kurdistan, o Nord Iraq. Anche qui, la situazione è complessa...

AU: Il governo regionale del Kurdistan sta attraversando una crisi politica ed economica molto grave. Il problema principale è il fallimento del tentativo di creare una democrazia reale. Il governo non riesce a pagare gli stipendi di dipendenti statali e peshmerga da un anno ormai. Il presidente ha terminato il suo mandato da un anno e non c’è ancora una data per le nuove elezioni. Il Parlamento non può lavorare perché il PDK (il Partito Democratico del Kurdistan, di Masoud Barzani, al governo) non sottostà a nessun controllo dell’assemblea. Media e giornalisti soffrono le pressioni di un governo che non accetta critiche e la crisi preoccupa la gente che non vede alcuno sbocco reale per una situazione sempre più pesante e che spinge molti, soprattutto i giovani, a emigrare. La guerra contro l’ISIS continua e irrisolte rimangono questioni come quella di Kirkuk.

Le relazioni del PDK con gli altri partiti, il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan, del vecchio leader Jalal Talabani) e Gorran (nato da scissioni dei due partiti tradizionali) sono inesistenti. La politica del Kurdistan iracheno continua a essere una politica tradizionale feudale, non democratica. Quanto alle relazioni tra Kurdistan e governo iracheno centrale, queste non sono buone. Il governo iracheno cerca di limitare i diritti politici, legali ed economici dei kurdi e il governo kurdo sta intensificando il discorso su una possibile indipendenza del Kurdistan. Nessuna delle due parti, in realtà, agisce in funzione della unità e della risoluzione dei problemi. Entrambe agiscono con una mentalità da Stato nazione che lascia irrisolti i problemi.

 

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Adem Uzun: è nato a Diyarbakir (Kurdistan turco) ed è membro del Congresso Nazionale del Kurdistan, un’organizzazione che raccoglie rappresentanti kurdi provenienti dalle quattro parti in cui il Kurdistan è stato diviso, Turchia, Iran, Iraq e Siria. Il Congresso ha sede a Bruxelles e organizza ogni anno una importante conferenza internazionale al Parlamento Europeo. È autore di Living Freedom. The Evolution of the Kurdish Conflict in Turkey and the Efforts to Resolve it (Berghof Foundation, 2014).

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