Obama perdona il soldato Manning

Obama perdona il soldato Manning

NEW YORK. L’ex soldato e ora soldatessa Chelsea Manning potrà uscire dal carcere fra quattro mesi. Barack Obama, iperattivo fino alle ultime ore della sua presidenza, ha fatto il gesto di clemenza che molti si attendevano e invocavano da lui: compreso il fondatore di WikiLeaks Julian Assange che si era offerto perfino di auto-consegnarsi per l’estradizione in America in cambio della liberazione di Manning. Il perdono presidenziale di Obama non ha il valore politico né tantomeno giudiziario di un’assoluzione per le violazioni di 700.000 segreti diplomatici e militari che Manning aveva messo in circolazione. E’ un gesto umanitario dovuto alle gravi condizioni di salute della detenuta. Dopo la condanna a 35 anni di carcere Manning aveva deciso di procedere al cambio di sesso, ed era diventato donna. Ma scontava la pena in un carcere militare del Kansas con soli detenuti maschi. Aveva già tentato tre volte il suicidio.
Nato all’anagrafe di sesso maschile 29 anni fa, Bradley Edward Manning era soldato semplice sul fronte iracheno quando divenne protagonista nel 2010 di una delle più ampie fughe di notizie militari e diplomatiche. Il danno che riuscì a compiere passando a WikiLeaks quei comunicati diplomatici e militari mise in luce le fragilità del sistema di gestione delle informazioni al Pentagono e al Dipartimento di Stato, accessibili con facilità sorprendente da un militare di basso grado gerarchico.
Al processo la difesa di Manning invocò subito le attenuanti di ordine psichiatrico citando proprio la sindrome del “gender identity disorder” che era stata già diagnosticata al militare quando serviva sotto le armi. Fu condannato ugualmente, in base alla legge Espionage Act che risale addirittura al 1917. Tra le rivelazioni che arrivarono a WikiLeaks grazie a Manning e che circolarono poi nel mondo intero, c’erano documentazioni sulle vittime civili dei bombardamenti in Iraq e in Afghanistan. In quanto al materiale di fonte diplomatica, si consolidò l’opinione che alcune di quelle rivelazioni contribuirono alla scintilla iniziale delle cosiddette “primavere arabe”. I comunicati interni alla diplomazia americana, tra le ambasciate e Washington, rivelavano dettagli sulla corrruzione ai vertici dei regimi nordafricani e arabi. In Tunisia, per esempio, grazie a WikiLeaks si scoprì che la figlia del presidente si faceva portare i gelati in aereo da Saint-Tropez. Manning ritroverà la libertà il 17 maggio. Resta da vedere se Assange, come aveva annunciato giorni fa, vorrà consegnarsi alla Giustizia, prima svedese e poi presumibilmente americana, sotto la nuova Amministrazione Trump.

SEGUI SU LA REPUBBLICA



Related Articles

Cina, l’oscura battaglia per il potere

Cina

È abbastanza strano che alle voci di un presunto golpe in Cina (sarebbe meglio dire un “colpo di palazzo”) avvenuto negli scorsi giorni e stroncato dall’epurazione del potente leader della sinistra maoista Bo Xilai, si siano preoccupati soltanto gli operatori di borsa e i mercati internazionali, mentre ai politici questa notizia non è sembrata molto importante. La posta in gioco però è molto alta. E ci riguarda da vicino, anche se potrebbe dirci poco la battaglia per sette dei nove seggi del Comitato Permanente del Politburo del Partito comunista cinese (il vero direttorio della Repubblica Popolare) che verranno rinnovati in ottobre. Le personalità  che formeranno questo nuovo gruppo dirigente – la quinta generazione del potere cinese – determineranno le sorti di almeno un sesto degli abitanti del pianeta, segneranno l’economia mondiale e avranno una grande voce in capitolo negli equilibri politico-militari del mondo.

“La Grecia è già fallita dal 2010 e oggi non c’è alcuna ripresa non serve a nessuno affondarci”

Parla il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis “Non chiediamo favori, ma soltanto di mettere sul tavolo le esigenze di ognuno e di sederci tutti dalla stessa parte”

L’«offensiva di primavera»? Fa comodo a Nato e talebani

Fabrizio Foschini, ricercatore di Afghanistan Analysts Network, è uno dei tanti riferimenti obbligati quando si arriva a Kabul.

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment