Centro Italia: terremoto, neve e strade bloccate

La terra trema per quattro volte, colpiti il nord del Lazio e l’Abruzzo. Un morto, un disperso e il dramma dell’hotel di Farindola travolto da una valanga

Mario Di Vito, il manifesto • 19/1/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 761 Viste

Cumuli di rabbia. È tornata la paura. Crolla il campanile di Sant’Agostino ad Amatrice, era il simbolo della rinascita possibile

ASCOLI PICENO Si trema per il terremoto, per il freddo e per la paura. A quasi cinque mesi dall’inizio della crisi sismica che sta letteralmente piegando l’Italia centrale, la giornata di ieri ha fatto registrare tre scosse sopra i 5 gradi della scala Richter (tutte nel giro di un’ora, tra le 10 e 30 e le 11 e 30 del mattino) e decine di repliche meno intense.

L’epicentro è stato individuato al nord dell’Abruzzo, dove ci sono stati un morto, un disperso e il dramma dell’hotel Rigopiano di Farindola, nel pesarese, travolto da una valanga. Si temono vittime, nell’albergo ci sarebbero stati 20 ospiti più il personale, ma la tormenta di neve sul Gran Sasso ha rallentato la marcia dei soccorsi e, complici le comunicazioni interrotte, in serata ancora non si avevano notizie certe.

Ma il sisma è stato avvertito praticamente ovunque anche nelle province di Ascoli, Fermo e Rieti, con nuovi crolli nelle zone rosse, disagi ed enormi difficoltà nell’effettuare i sopralluoghi: le strade della montagna sono quasi tutte bloccate a causa della neve e raggiungere le frazioni più isolate è un’impresa pressoché impossibile. I comuni ufficialmente coinvolti sono nove: Capitignano, Campotosto, Cagnano Amiterno, Pizzoli e Barete, in provincia dell’Aquila; Amatrice, Borbona, Cittareale e Accumoli, in provincia di Rieti, con disagi registrati anche nell’ascolano, tra Arquata del Tronto, Acquasanta Terme, Montemonaco e Roccafluvione.

Il commissario alla ricostruzione Vasco Errani assicura di star lavorando «ventre a terra per mettere in sicurezza le persone», ma le operazioni sono state enormemente rallentate dal maltempo.

La botta ha abbattuto il campanile della chiesa di Sant’Agostino, ad Amatrice, l’ultima torre del centro che fino a ieri mattina veniva considerata un simbolo della rinascita possibile. Niente, adesso la cittadina è una spianata di macerie sepolte dalla neve. Il sindaco Sergio Pirozzi ormai è disperato: «Mi chiedo cosa abbiamo fatto di male a Cristo» è la frase scolpita nelle cronache e nelle agenzie.

La nuova ondata di terremoto è arrivata durante quella che i meteorologi definiscono «la più grande nevicata dal 1954». Perché l’emergenza non è tanto il sisma o i nuovi danni, quanto «la neve», dice Pirozzi. «C’è urgente bisogno di turbine – dice ancora il sindaco di Amatrice -, gli spazzaneve non bastano. Abbiamo frazioni isolate ma siamo totalmente abbandonati a noi stessi».

Dal governo, la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha fatto sapere di aver mobilitato il Genio militare di stanza a Foggia, Caserta e Bologna. Tanti i sindaci che invocano l’esercito: dal maceratese all’ascolano, tutti (o quasi) vogliono un aumento della presenza di soldati in strada.

Il resto è una lunga lista di disagi: scuole chiuse pressoché ovunque, i dodici passeggeri del treno regionale 7100 bloccati per ore tra Civitanova Marche e Albacina, allevatori dispersi e ritrovati, perché le linee telefoniche sono andate in tilt e i contatti si sono fatti quasi impossibili sotto l’Appennino. E ancora: a Pieve Torina e Pievebovigliana (Macerata) sotto il peso della neve sono venuti giù la tenda che ospitava la scuola elementare e la tensostruttura della mensa. A Gualdo, sempre nel maceratese, sono invece crollate due stalle, con un centinaio di animali morti o rimasti feriti tra le macerie. A Sarnano due operai sono stati salvati dopo essere rimasti per quasi 24 ore bloccati da una slavina. A Libertino, frazione di Accumoli, Rita Marocchi vive in una roulotte ormai sommersa dalla neve: «L’allerta meteo era stata data, ma Regione, Provincia, Curcio e Errani cosa hanno fatto? Vogliono mandarci via dalla nostra terra? Ci viene questo dubbio, ma noi non vogliamo vivere in altri posti se non qui», ha fatto sapere tramite una nota diffusa dal comitato Illica Vive.
Le lamentele non si contano più, e, un po’ in sordina, c’è anche chi organizza manifestazioni di protesta. Il «Non vi lasceremo soli» detto e ripetuto in circostanze diverse da Matteo Renzi prima, da Paolo Gentiloni poi e in mezzo dai vari rappresentanti delle istituzioni passati a visitare l’Appennino ferito, è un ritornello che adesso provoca solo rabbia, perché chi è stato mandato via dalla propria casa non sa quando potrà tornarci e chi invece è rimasto viene visto come un peso. Giusto ieri la Protezione civile è tornata a chiedere ai comuni costieri nuovi posti negli alberghi: i tempi si allungano, la confusione regna, le informazioni sono poche e contraddittorie. E una miriade di paesi sta scomparendo, piano piano, in una discesa inesorabile verso il dimenticatoio. Questo è il terremoto dei poveri e delle seconde case, non c’è la cartolina: non il centro storico dell’Aquila da ricostruire, né le fabbriche dell’Emilia da far ripartire. Qui ci sono solo le case delle vacanze e quelle dei nonni. Questo terremoto non ha neanche un nome, se non un generico «Centro Italia».Gli allevatori sono in continua sofferenza ormai da settimane. Coldiretti dice che è stato consegnato appena il 15% delle strutture di protezione per gli animali e che, vista la gran quantità di neve, è impossibile garantire ovunque l’alimentazione del bestiame. Scendendo a valle, la zona industriale di Ascoli è ferma da due giorni, ancora a causa dell’incrocio tra terremoto e meteo avverso.

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