Caso Regeni. L’ultima mossa di Al-Sisi: stringere il cerchio su Abdallah

Caso Regeni. L’ultima mossa di Al-Sisi: stringere il cerchio su Abdallah

Fuori è già buio: il volto di Giulio Regeni occupa lo schermo della microcamera nascosta addosso a Mohammed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani. È il tardo pomeriggio del 6 gennaio, luogo dell’incontro è il mercato di Ahmed Helmy al Cairo.

Per la prima volta sentiamo la voce di Giulio, lo vediamo gesticolare mentre cerca di frenare l’arroganza dell’uomo che – dicendosi poi orgoglioso di averlo fatto – lo ha denunciato alla polizia egiziana come spia. Anche stavolta, però, nel nuovo tassello dell’intricato puzzle di depistaggi egiziani c’è qualcosa che non va.

Il video, secondo gli esperti e gli investigatori italiani, è stato girato con una minicamera in dotazione alle forze di sicurezza. È appuntata sul vestito di Abdallah e riesce a riprendere per due ore, un tempo troppo lungo per un normale telefono.

Eppure, a settembre il procurato generale del Cairo Sadek riferì alla Procura di Roma che la polizia indagò per soli tre giorni su Giulio (su segnalazione di Abdallah) a partire dal 7 gennaio. I conti non tornano.

In un articolo dell’8 dicembre il manifesto riportava i dubbi mossi da una fonte della Procura di Roma: gli inquirenti avevano visionato il video e già ritenevano possibile il coinvolgimento della polizia.

In secondo luogo il video, più che mettere in cattiva luce o generare sospetti sul giovane ricercatore italiano, svela lo spirito di corruzione che muove il capo del sindacato: è Abdallah che insiste per avere denaro per sé e la famiglia, è Giulio che lo respinge fermamente.

«Non posso usare soldi per nessuno motivo, sono un accademico – dice Giulio – Sono un ricercatore e mi interessa procedere nella mia ricerca. E mi interessa che voi come venditori ambulanti fruiate del denaro in modo ufficiale».

Regeni continua: per poter avere fondi dalla britannica Antipode Foundation, serve un progetto chiaro, «idee e informazioni prima del mese di marzo» sul sindacato e sulle sue «necessità». Informazioni per un progetto di sviluppo e non per intelligence straniere.

Per questo l’uscita del video proprio in questo momento, a due giorni dal sesto anniversario di piazza Tahrir e ad uno dalla scomparsa di Giulio, il giorno dopo il via libera egiziano agli investigatori italiani a visionare (dopo un anno di dinieghi) le immagini delle telecamere di sorveglianza nella zona di Dokki al Cairo, sembra voler stringere il cerchio.

Non tanto sulla polizia, quanto su Abdallah, che viene dipinto come l’istigatore delle indagini, per mera vendetta o perché a caccia di credibilità all’interno dei servizi segreti. Riportava ieri Agenzia Nova sulla base di fonti citate dal sito Veto Gate – che le immagini sarebbero state rese pubbliche su ordine specifico dello stesso Sadek.

Non a caso domenica l’agenzia di Stato egiziana Mena, dando notizia della consegna dei video delle telecamere di sorveglianza, ripeteva che dopo tre giorni di indagini la polizia si disinteressò a Regeni perché non rappresentava una minaccia. Dimenticando di citare, però, l’ultima chiamata di Abdallah a Giulio, il 22 gennaio, prontamente girata alla Sicurezza Nazionale.

È ovvio che il regime del presidente-golpista al-Sisi stia tentando ancora una volta di allontanare da sé le responsabilità politiche dell’omicidio di Regeni, mandando in prima linea Abdallah e qualche poliziotto mela marcia che lo avrebbe aiutato nella vendetta.

Ma alcuni pezzi del puzzle non possono essere cancellati, a partire dai primi depistaggi fino alla strage di 5 egiziani incolpati della morte di Giulio e al teatrino del ritrovamento dei suoi documenti in casa della famiglia di uno di loro. Ma soprattutto i segni inconfutabili delle torture sul suo corpo.

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