I funerali delle vittime dell’hotel Rigopiano

Sotto la neve. Il piccolo Edoardo al funerale dei genitori. Polemiche sulle telefonate e il primo soccorso

Serena Giannico, il manifesto • 26/1/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 732 Viste

Piccolo com’è, a soli 8 anni, gli tocca stare lì, a passi piccoli e incerti, dietro alle bare dei suoi genitori. Prima i due carri funebri, e poi, insieme ai fratelli di 16 e 18 anni, lui, Edoardo, 8 anni, superstite dell’Hotel Rigopiano, su cui lo scorso 18 gennaio è scivolata una valanga che ha squarciato, dilaniato e cancellato il complesso, con i suoi 40 ospiti, tra clienti e dipendenti.

A LORETO APRUTINO (Pescara) sulla strada del cimitero, c’è un pezzo di paese ad accompagnare Sebastiano Di Carlo, 49 anni, e Nadia Acconciamessa, di 47, marito e moglie, morti nell’albergo, dov’erano andati per una breve vacanza. Con loro avevano portato anche il figlio minore, Edoardo, che si è salvato, ora orfano.
Loreto Aprutino è il centro più colpito dal disastro dell’hotel. Sotto la slavina sono deceduti anche Piero Di Pietro, dirigente dell’azienda trasporti abruzzese Tua e la moglie Barbara Nobilio. Le due coppie erano amiche ed erano partite assieme. Poi il dramma. «È cominciata con un boato, poi è crollato tutto…». Così raccontano la catastrofe i due fidanzati di Giulianova sopravvissuti, Giorgia Galassi e Vincenzo Forti. «Siamo stati miracolati – dicono ai giornalisti, tenendosi per mano -, ci rendiamo conto che è stata un’esperienza incredibile».

«DOPO LE SCOSSE di terremoto di quella mattina – fanno presente i due giovani fidanzati – ci siamo riuniti nella hall: volevamo ripartire, ma lo spazzaneve non è passato». Così, con altri, su suggerimento dei gestori della struttura, si sono radunati, «perché le stanze non sarebbero state sicure in caso di sisma», nella sala del camino grande, considerata la più… affidabile. «Nessuno pensava alle valanghe. Non c’era stato alcun avviso di pericolo valanghe». Poi quel rimbombo. «È successo il finimondo».

Le ore sotto le macerie sono state tremende. «Ma eravamo sicuri che ci avrebbero salvato – prosegue il racconto – “Sono Giorgia, sono viva”: sono state le prime le prime parole al momento dell’arrivo dei soccorritori. Abbiamo sentito rumori, poi voci, e abbiamo gridato di gioia. Ci hanno tenuto su, ci parlavano. Ripetevano: “Siamo qui e non ce ne andremo fino a quando non vi tiriamo fuori”. Non abbiamo mai mollato. Vogliamo ringraziare il vigile del fuoco di Firenze, Francesco, si faceva chiamare Checco…».

LE ORE PRECEDENTI e seguenti al disastro sono all’esame della magistratura. «Le telefonate registrate sono state acquisite, io le ho ascoltate e mi sembra evidente che ci siano state incomprensioni relative alle richieste di aiuto lanciate da Giampiero Parete e Quintino Marcella il 18 gennaio», nell’immediatezza della sciagura. «Quindi ci potrebbero essere responsabilità da parte di chi non ha creduto alle richieste di aiuto», afferma il procuratore aggiunto di Pescara, Cristina Tedeschini, in tribunale, facendo il punto sull’inchiesta avviata, per disastro colposo e omicidio plurimo colposo.

La Squadra mobile di Pescara ha ascoltato come testimoni una funzionaria e una dirigente della Prefettura: quest’ultima materialmente ha risposto alla prima telefonata di Quintino Marcella che dava l’allarme, annunciando dell’albergo distrutto. L’ha etichettata come una bufala. Poi una serie di altre chiamate e di rimpalli, e passano ore, si arriva alle 19, prima che si capisca che l’allerta è vera, che nell’albergo, tra le 16.30 e le 16.48, è stato il dramma. Intanto là sotto, in tanti, sono già sepolti da ore.

«PER ADESSO NON ci sono indagati – dichiara ancora la pm – Sulla base delle informazioni acquisite, l’albergo era in possesso di tutte le autorizzazioni – precisa – La situazione complessiva, percepita dagli ospiti dell’hotel il 18 gennaio, era sicuramente di criticità, sia in mattinata sia, soprattutto, nel pomeriggio, e c’era una diffusa volontà di lasciare la struttura». Soprattutto per le scosse che si susseguivano da un po’. In molti avevano paura e volevano andarsene, ma la strada era ingombra di neve e, nonostante le richieste, nessuno era passato a liberarla.

«Le prime sei autopsie effettuate – sottolinea ancora il magistrato – evidenziano dinamiche di decesso diverse l’una dall’altra. In alcuni casi, ci sono state morti immediate, per schiacciamento, in altri casi ci sono stati decessi con concorrenza di cause: schiacciamento, ipotermia e asfissia. Non ci sono casi in cui la causa esclusiva è l’ipotermia». Dunque, «eventuali ritardi nei soccorsi in questi primi sei casi non sarebbero stati causa diretta di morte». Affermazioni che scatenano polemiche. Vengono contestate da familiari e legali delle vittime. Mentre gli ultimi bollettini ufficiali – si sta ancora scavando tra i detriti e il ghiaccio – parlano di 25 morti; di 4 dispersi e 11 superstiti.

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