No Ban No Wall. All’aeroporto JFK migliaia contro Trump

Stati Uniti. Gli scali di 50 città teatro della protesta e dell’accoglienza agli stranieri banditi. Avvocati volontari al lavoro per far liberare i fermati, presente mezza amministrazione comunale di New York

Marina Catucci, il manifesto • 31/1/2017 • Immigrati & Rifugiati, Internazionale • 722 Viste

NEW YORK. L’ordine esecutivo di Trump che per 90 giorni vieta l’ingresso negli Stati Uniti riguarda cittadini di 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen, inclusi i possessori di visto e carta verde.

Trump ha anche deliberato che, dopo questo periodo, sarà data priorità alle “minoranze cristiane” perseguitate ed ha tagliato di oltre la metà il numero dei rifugiati che gli Stati Uniti prevedevano di accettare quest’anno, scendendo a 50mila; sono bloccati fino a ulteriore comunicazione, anche dopo i 120 giorni, gli ingressi dei rifugiati siriani.

Il decreto ha avuto decorrenza immediata ed ha generato negli aeroporti di tutta America delle scene di vero e proprio caos, mentre i network nazionali trasmettevano le immagini di una fantascienza distopica che è la realtà dell’era Trump: decine di persone sono state fermate e trattenute una volta atterrate, mentre fuori dagli aeroporti iniziavano ad arrivare decine, centinaia, fino a qualche migliaio di perone per manifestare la propria solidarietà e opposizione a questo decreto inumano che ha separato famiglie, calpestato leggi, umiliato i diritti.

Coniugi ultraottantenni, in America da 4 anni, trattenuti per ore mentre i nipoti li aspettavano fuori, un bambino di 5 anni che viaggiava con amici di famiglia tenuto da solo per sei ore mentre la mamma iraniana lo aspettava stravolta di preoccupazione senza sapere dove fosse e se sarebbe stato rimandato in Iran.

Sabato ci sono stati presidi negli aeroporti di più di 50 città americane. Il principale è stato il Jfk, l’aeroporto internazionale di New York, il golden gate americano, che ha visto il Terminal 4, sbarco dei passeggeri che arrivano da quella parte del mondo, diventare rapidamente un luogo di protesta accorata, dolorosa e determinata a non indietreggiare.

«Non è facile arrivare qui – ci dice Seth, 52enne newyorchese – L’aeroporto è in una zona remota della città, fa freddo, è sabato, ma te lo dico da ebreo americano: i miei nonni si rivolterebbero nella tomba se non fossi qua oggi. Erano scappati da Hitler, hanno lottato per la loro vita, erano sbarcati in America come stanno facendo questi rifugiati demonizzati dal presidente e ora detenuti. È fin troppo facile fare un parallelo con quello a cui sono scampati i miei nonni, ma questa è di fatto una legge razziale e se hai un minimo di coscienza devi venire qui e fare quello che puoi per farli liberare».

La folla di persone al Terminal 4 si è trasferita all’interno, occupando i 3 piani, continuando ad urlare «Fateli entrare, Trump fuori, rifugiati dentro, fateli entrare». A manifestare all’aeroporto è arrivato quasi mezzo consiglio comunale newyorchese, mentre il governatore Cuomo creava in tempo record una linea telefonica multilingue con numero verde, attiva 24 ore su 24, per segnalare le persone che potrebbero essere state trattenute.

Cuomo ha anche intrapreso un’azione legale in favore dei rifugiati arrestati negli aeroporti e ordinato all’autorità portuale di New York e New Jersey, al Dipartimento di Stato e al suo ufficio legale, di esaminare le opzioni per tutti i rifugiati detenuti.

«Come newyorchese vivo all’ombra della Statua della Libertà; noi accogliamo i nuovi immigrati come fonte di energia – ha dichiarato Cuomo – e li celebriamo come energia propulsiva per il nostro Stato. Come newyorchese io sono musulmano, io sono ebreo, nero, gay, io sono disabile, sono una donna che cerca di controllare il proprio corpo e le proprie scelte, perché da newyorchese sono una comunità».

Ma nonostante l’importanza delle parole e le azioni istituzionali, a fare la differenza sono stati gli avvocati della American Civil Liberties Union (Aclu), associazione di legali che lavorano per difendere e preservare i diritti individuali e le libertà garantite dalla costituzione e dalle leggi americane.

«Eroi sono questi avvocati che di sabato lavorano pro bono, letteralmente seduti per terra, in modo da trovare l’habeas corpus per permettere di portare gli ordini esecutivi di Trump in tribunale», ha dichiarato De Blasio descrivendo la situazione che si era venuta a creare in aeroporto.

Decine di avvocati, con i portatili sulle ginocchia, attaccati alle prese di corrente sparse per il Terminal 4, attaccati ai telefoni, che cercavano sia di trovare i modi legali per liberare i singoli cittadini, sia il modo per annullare o limitare il decreto del presidente.

Il primo ad essere liberato è stato un cittadino iracheno, rifugiato, che aveva lavorato come traduttore per l’esercito americano in Iraq e che è stato accolto da un boato e, commosso, spaventato, continuava a ringraziare «il popolo americano».

Alle 21 l’aeroporto era pieno, i tassisti newyorchesi si erano uniti alla protesta e quando è arrivata la notizia che il giudice federale del distretto di Brooklyn, in una seduta straordinaria, aveva firmato la richiesta di incostituzionalità del decreto presentata dalla Aclu c’è stato un attimo di silenzio seguito da uno scoppio di gioia, lacrime, durato tutto il tempo in cui la maggior parte dei fermati sono stati rilasciati e si sono potuti riunire a chi li aspettava angosciati da ore.

Ora al Terminal 4 c’è uno sportello legale permanente, la Aclu in 48 ore ha visto arrivare donazioni per 21.1 milioni di dollari.

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