Cresce il consumo di droghe, ma la legge torna alla Consulta

Cresce il consumo di droghe, ma la legge torna alla Consulta

Quattordici miliardi di euro: tanto è stimato il consumo di sostanze stupefacenti sul territorio italiano nel solo 2013, pari allo 0,9% del Pil. Ed è in crescita: nel 2011 per esempio il consumo di droghe ammontava a circa 12,7 miliardi complessivi, mentre due anni dopo gli italiani spendevano per la cocaina 6,5 mld, per la cannabis 4 mld, per l’eroina 1,9 mld e 1,7 mld per gli altri tipi di stupefacenti. Da una stima approssimativa (e probabilmente al ribasso) sarebbero 6,1 milioni gli utilizzatori di cannabis sul territorio nazionale, 1,1 milioni invece gli assuntori cocaina, 218 mila di eroina, e 591 mila coloro che utilizzano altre sostanze chimiche (ecstasy, Lsd, amfetamine).

È quanto emerge dalla Relazione annuale al parlamento sui dati relativi allo stato delle tossicodipendenze in Italia-2016 depositata in Senato il 6 dicembre scorso, un po’ alla chetichella. Tanto che è apparsa solo ieri sull’homepage del sito del Dipartimento per le politiche antidroga, dopo le proteste sollevate da Radicali italiani («un documento clandestino», lo hanno definito) e dall’Associazione Luca Coscioni.

Entrambe le organizzazioni radicali accusano il governo di voler mettere in sordina le 550 pagine che descrivono «il quadro di una situazione pressoché immutata rispetto al passato», come dice Marco Perduca, al fine di «tenere lontano dalla conoscenza dei cittadini i dati che non fanno altro che confermare i danni e l’inefficacia di leggi e metodi proibizionisti», come sostengono Riccardo Magi e Antonello Soldo. Per Federserd, la relazione «giunge con molto ritardo ed è incompleta» perché «non ci sono dati relativi allo stato delle tossicodipendenze in Italia, sulle strategie e sugli obiettivi raggiunti, né sugli indirizzi che saranno seguiti».

D’altronde, che il mercato delle droghe rappresenti quasi il 70% delle attività illegali è una delle evidenze che ha spinto due anni fa la Direzione nazionale antimafia a registrare «il totale fallimento dell’azione repressiva» fin qui e per decenni agita, e auspicare «una depenalizzazione della materia». E invece, ancora, nel 2015 si registra un aumento dei sequestri di piante di marijuana, mentre diminuiscono rispetto agli anni precedenti i quantitativi sequestrati di eroina, marijuana e hashish.

E intanto la vigente legge sulle droghe, la 309/90, finirà di nuovo davanti alla Corte Costituzionale per richiesta della Cassazione che ha sollevato una questione di legittimità riguardo la pena minima prevista per lo spaccio di droghe “pesanti”, tornata più severa di quanto prevedesse la legge Fini-Giovanardi, annullata nel 2014 dalla stessa Consulta. Un aggravio di pena che potrebbe contrastare con l’articolo 25 della Costituzione e che in ogni caso chiama in causa l’intervento del legislatore.

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La notizia ha fatto il giro dei media, decollando dalla questura di Trieste verso la cronaca nazionale. Il questore Francesco Zonno, in un vademecum per i suoi agenti impegnati in azioni antidroga sul territorio, invita a occuparsi in primis di persone «magre e con tatuaggi, anche senza o con pochi denti e con scarsa igiene orale» per verificare se hanno precedenti penali. Si potrebbe iscrivere la notizia in un qualsiasi stupidario istituzionale, con qualche apprensione civile per questa sorta di neo-lombrosismo «de noantri» che produce e riproduce nel senso comune stigma, pregiudizio, accanimento contro i soliti noti (anche se: che dire di una modella anoressica che spende poco in cure dentistiche?).

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