Lavoro operaio. Alla Sevel di Atessa vietato andare in bagno

Subito è stata proclamata un’ora di sciopero effettuata, insieme alla Fiom Cgil, nel turno serale. Sull’accaduto sono state annunciate azioni legali

Serena Giannico, il manifesto • 10/2/2017 • Lavoro, economia & finanza • 865 Viste

ATESSA (CHIETI).  E’ successo qualche giorno fa, nello stabilimento Sevel di Atessa, che conta 6mila dipendenti. Ad un lavoratore, nel turno pomeridiano, non è stato concesso il permesso di andare in bagno e il giovane se l’è fatta addosso. «Al montaggio – racconta Fabio Cocco, dell’Unione sindacale di base (Usb), in una comunicazione rimessa anche ai vertici della fabbrica del Ducato – si è verificato un episodio che varca il limite della decenza e del rispetto. Dopo aver più volte richiesto di potersi recare in bagno per urgenti bisogni fisiologici, – spiega – e dopo che le sue sollecitazioni sono rimaste inascoltate, il malcapitato si è visto costretto ad urinarsi addosso. Riteniamo l’accaduto – aggiunge – un fatto gravissimo che lede la dignità della vittima e quella di tutti i lavoratori in generale. Casi in cui le richieste di andare in bagno vengono eluse, negate o ritardate, poiché la produzione viene prima di ogni altra esigenza, qui si ripetono più spesso di quanto si possa immaginare».

Subito è stata proclamata un’ora di sciopero effettuata, insieme alla Fiom Cgil, nel turno serale. Sull’accaduto sono state annunciate azioni legali. «In questo caso, di dignità lesa, bisogna assicurare giustizia con celerità, sotto ogni forma di tutela e in ogni sede. Viene fuori un’istantanea del soggiogamento a cui i lavoratori sono sottoposti, senza possibilità neppure di parola, il più delle volte», afferma l’avvocato Diego Bracciale, incaricato dall’Usb di ricorrere alla magistratura. «Quanto avvenuto – dichiara Davide Labbrozzi, segretario Fiom Chieti – è grottesco e primitivo. Negare ad un lavoratore il diritto di recarsi in bagno rappresenta un atteggiamento assurdo e incomprensibile». Insorte anche Fim, Uilm e Fismic che bollano il fatto perché «offensivo della dignità umana». «Abbiamo chiesto e ottenuto – affermano – un incontro urgente con la direzione aziendale. Abbiamo chiesto che venga fatta chiarezza e che si accertino le responsabilità. Ci è stato assicurato che il lavoratore coinvolto nella vicenda riceverà le scuse dovute e che saranno adottati i provvedimenti del caso». «Tutto questo – dichiarano Marco Fars, segretario regionale Prc e Maurizio Acerbo, della segreteria nazionale del partito – avviene nello stabilimento più grande d’Italia del gruppo Fca (ex-Fiat). Spremere i lavoratori fino al divieto, ripetuto e continuato, di poter andare in bagno, è un fatto di una gravità inaudita. Da molti anni – evidenziano – nel gruppo Fca si assiste all’incremento di ritmi e carichi di lavoro al limite del sostenibile. Troppo spesso gli aumenti di produttività sono stati salutati come un fatto positivo, senza chiedersi come essi fossero possibili. E, in questi giorni, la risposta è arrivata, di nuovo, dalla palese manifestazione delle condizioni che i lavoratori, loro malgrado, sono troppo spesso costretti a subire. Non possono permettersi neppure il ‘lusso’ di espletare bisogni fisiologici normali per qualsiasi essere».

In effetti in Sevel ripetutamente ci sono lamentele, ricorsi e scioperi per condizioni e carichi di lavoro insostenibili, peggiorati negli ultimi anni, che fanno il paio con i record del furgone Ducato: «un autentico trendsetter – come fa presente Fca – prodotto in oltre 10.000 varianti e venduto in più di 80 Paesi nel mondo. Un modello globale ed il punto di riferimento della categoria». «La vicenda Sevel – sottolineano ancora i rappresentanti di Rifondazione comunista – ci ricorda l’importanza e la necessità di riportare la democrazia reale dentro e fuori le fabbriche: questo totalitarismo aziendale è il prodotto di anni di ‘riforme’ del lavoro che hanno sottratto diritti e tutele e accordi sindacali capestro accettati da sindacati ‘firmatutto’. Questi sono i risultati della cancellazione dell’articolo 18 di cui porta la responsabilità il Partito democratico, prima con il governo Monti, poi con il Jobs Act di Renzi».

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