Accordo italo-libico: 300% in più di migranti morti

Memorandum. Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, nella Libia «controllata» da al-Sarraj 326 vittime dal 1° gennaio. Ieri violenti scontri per il controllo della capitale tra Gna e Ghwell

Chiara Cruciati, il manifesto • 25/2/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 734 Viste

I cadaveri dei migranti smascherano il memorandum italo-libico: in bilico su basi fragilissimi, stipulato con un’autorità senza autorità, l’accordo – volto a frenare gli arrivi in Europa – tutela solo i cani da guardia.

Dopo il naufragio e la morte di 74 migranti lungo la costa di Zawiya, ieri sono stati trovati 27 corpi: 14 annegati in mare, vicino alla città occidentale di Zuwara, e 13 soffocati in un container a Khoms. Tutte città in Tripolitania, teoricamente sotto il governo di unità nazionale (Gna) di al-Sarraj, il firmatario dell’intesa.

Ma a dare il quadro di un’emergenza epocale, nascosta sotto il tappeto (o, peggio, sul fondo del Mediterraneo) da simili memorandum bilaterali, sono i dati pubblicati ieri dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim): nel 2017 il numero di migranti morti mentre tentavano di raggiungere l’Europa è pari a 366, di cui 326 scomparsi sulla rotta libica. Il 300% in più rispetto allo stesso periodo (primo gennaio-22 febbraio) del 2016, quando le vittime furono 97.

Dopo la chiusura de facto della rotta balcanica, la via preferenziale è tornata quella dei barconi dalle coste nordafricane: 13.924 migranti, di cui il 75% approdati in Italia e il restante 25% in Spagna e Grecia.

Roma dovrebbe spiegare che ruolo dà all’accordo con al-Sarraj, che ieri ha svelato di nuovo la sua intrinseca debolezza: violenti scontri sono esplosi a Tripoli tra brigate della sicurezza centrale legate al Gna e il gruppo Salah al-Barki, che fa capo al governo di salvezza nazionale, disciolto dopo la nascita di quello di unità, ma ancora attivo sotto Khalifa Ghwell.

Almeno 10 morti e 27 feriti è il bilancio degli scontri ancora in corso nella zona di Abu Salim, a sud della capitale. Alcuni residenti hanno pubblicato foto di veicoli blindati e uomini armati in giro per il quartiere, avvolti nel fumo. A scatenare le violenze è stato il rapimento di quattro membri delle brigate di sicurezza da parte degli uomini di Ghwell.

L’area, fa sapere la Mezzaluna Rossa, è inaccessibile ai soccorsi a causa del fuoco incrociato che imprigiona i residenti: «Siamo riusciti ad evacuare le famiglie intrappolate nelle zone vicine agli scontri – ha detto il portavoce al-Misurati a Agenzia Nova – Una nostra squadra sta tentando di entrare nell’area interessata dai combattimenti».

Ghwell gioca al pompiere dicendo di aver preso contatti con le brigate al-Barki perché cessino di sparare. Ma la sua presenza rimane un fattore di destabilizzazione consistente: al di là dei brevissimi golpe-farsa compiuti nei mesi scorsi, ha dalla sua milizie che non riconoscono il Gna e mantengono il controllo di zone della capitale e della Tripolitania.

Lunedì il convoglio su cui viaggiava il premier di unità è stato assaltato vicino all’hotel Rixos (quartier generale di Ghwell). Nessuna vittima, ma lo specchio di una distruttiva anarchia.

Sull’altro lato la Cirenaica si comporta come “normale” autorità: il governatore militare al-Nadhouri (nominato dal generale Haftar) ha emesso ieri un ordine che vieta l’espatrio ai cittadini tra 18 e 45 anni per «ragioni di sicurezza».

Un divieto che si aggiunge alla già scarsa libertà di movimento all’interno di uno Stato spezzettato in poteri diversi dove le restrizioni reciproche si sovrappongono.

Tripoli definisce l’ordine militare «ridicolo», ma al di là del tenore del provvedimento emerge il potere del rivale del Gna che non intende scendere a patti: i tentativi di negoziato promossi dal Cairo la settimana scorsa sono al momento naufragati.

Tutto rinviato ad un prossimo meeting in Algeria, dicono i mediatori. Ma a frenare gli entusiasmi è Haftar, convinto di godere di un potere negoziale più radicato di quello di al-Sarraj.

Forse errando: «Haftar sbaglia i calcoli sia sulle sue forze interne che sul supporto esterno – scrive l’analista Mattia Toaldo su Middle East Eye – All’interno la sua forza militare è esclusivamente intorno a Bengazi e parzialmente a sud: i tentativi di coinvolgere Zintan nella presa di Tripoli si sono scontrati con un rifiuto. Sul piano internazionale, i russi sono più interessati a raggiungere un accordo politico e dimostrare di aver avuto successo dove l’Occidente ha fallito».

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