Lo scorso anno 50 cittadini hanno lasciato l’Italia per andare a morire

Lo scorso anno 50 cittadini hanno lasciato l’Italia per andare a morire

Non tutte le persone che decidono di darsi volontariamente la morte per mettere fine ad inutili sofferenze diventano “un caso” come è accaduto a dj Fabo. C’è chi ha scelto di compiere l’ultimo viaggio in Svizzera rendendo pubblica un’ingiusta agonia per denunciare il comportamento di una classe politica che non riesce ad approvare una legge che consenta di morire senza soffrire. C’è invece chi lo ha fatto, e continua a farlo, scegliendo di andarsene in silenzio.

Solo l’anno scorso, cinquanta persone sono partite dall’Italia per andare a morire. Lo dice Emilio Coveri, presidente di Exit-Italia, l’associazione italiana per il diritto a una morte dignitosa. “Sono circa 90 i cittadini italiani – dice Coveri – che ogni mese chiamano la nostra associazione per chiedere di avere informazioni su come ottenere il suicidio assistito in Svizzera. E mi è capitato anche di ricevere due richieste per pazienti minorenni, da parte di genitori disperati. Naturalmente, per loro non abbiamo potuto fare nulla”. Le richieste sono sempre più numerose – “crescita vertiginosa delle chiamate” – e il presidente non nasconde la difficoltà di gestire alcune situazioni in assenza di una legge di riferimento. “Il numero di coloro che chiedono il nostro aiuto – aggiunge – è in aumento e si tratta nel 20-30% dei casi di malati psichici: situazioni che nemmeno la Svizzera riesce ad affrontare bene, perché è davvero difficile capire malattie di questo tipo. Lo stesso problema di presenta per i minori, per i quali la dolce morte non è consentita oltre confine”.

Il primo passo, spiega Coveri, prevede l’attivazione dei contatti con le struttura svizzere e l’invio della documentazione medica che attesti la patologia da cui la persona è affetta. Poi cominceranno i colloqui. Per legge il medico è tenuto a far cambiare idea al paziente che ha chiesto di morire, perché il soggetto può sempre avere un ripensamento e decidere di tornare a casa. Qualora invece volesse proseguire, anche durante la somministrazione della dose letale “è assolutamente indispensabile” che sia in grado di intendere e volere”. Il costo dell’operazione si aggira sui 10 mila euro.

Si tratta di una realtà in crescita che viene confermata anche dai dati forniti dall’associazione Luca Coscioni che, a partire dai casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, si batte affinché il Parlamento colmi il vuoto normativo sul fine vita. Dal 2015 ad oggi sono 232 le persone che hanno chiesto informazioni su come ottenere l’eutanasia all’estero, dice la segretaria dell’associazione Filomena Gallo. Tra queste, 115 si sono poi effettivamente rivolte a cliniche svizzere e alcune di loro sono anche tornate sui propri passi.

Sul sito dell’associazione Exit-Italia sono illustrati alcuni casi significativi, anche diversi tra loro, che hanno lasciato il segno e dicono dell’urgenza di una legge per una morte dignitosa. Paolo Ravasin, affetto da Sla, che nel 2008 con un video disse “no all’accanimento terapeutico”: morì nel 2014 dopo 15 anni di malattia e 9 anni di sofferenza in un letto. E il caso Adolfo Baravaglio, da 19 anni costretto a letto in seguito ad un incidente stradale. “Chiedo ai politici – questo il suo appello – di mettersi a letto accanto a me, di fare le cose che faccio io e di farsi fre le cose che fanno a me. Voglio proprio vedere quanto resisterebbero”. E ancora il regista Dino Risi che a 91 anni decise per l’eutanasia. Odiava la sofferenza, “l’essere ancora vivo mi chiedo se sia un premio o un castigo”. Anche Lucio Magri, tra i fondatori del manifesto, nel novembre del 2011 andò in Svizzera per chiedere di essere aiutato a morire.

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