Il ricatto continua: nuove “riforme” chieste alla Grecia

Il ricatto continua: nuove “riforme” chieste alla Grecia

Un Eurogruppo con molti interrogativi. Un compromesso che dovrebbe riportare i rappresentanti dei creditori ad Atene e riuscire a far chiudere la seconda valutazione dei progressi compiuti dalla Grecia nell’applicazione degli accordi del 2015. In cambio però, Atene, ha assunto un impegno di massima che prevede la realizzazione di ulteriori riforme dopo il 2019, nel settore delle pensioni, del fisco, e del lavoro. Non si è entrati, tuttavia, nello specifico, rimandando il tutto alla prossima settimana, quando inizieranno gli incontri del quartetto dei creditori con il governo ellenico. «Non ci sarà ulteriore austerità», fanno sapere fonti del governo Tsipras, insistendo sul fatto che il saldo di bilancio rimarrà invariato.

Da parte sua, tuttavia, il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha posto l’accento sul fatto che le riforme dovranno essere applicate in modo fedele, e gli obiettivi di bilancio raggiunti senza fraintendimenti di sorta. Ha aggiunto, poi, che «alcuni dei punti che saranno parte dell’accordo, appartengono alle richieste dell’Fmi». Una dichiarazione che fa temere che, tra pochi giorni, si possa far cadere nuovamente il peso sulle richieste di licenziamenti collettivi, e di riduzione delle pensioni.

Va ricordato che nelle prime richieste avanzate dal Fondo, questi tagli, in alcuni casi, raggiungevano anche il 30% dell’ammontare complessivo. Un preaccordo tra luci e ombre, che non costringe la Grecia, almeno per ora, a votare misure preventive, in caso di non raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica dopo il 2018, ma che non fa alcun riferimento al reale bisogno di alleggerimento del debito pubblico ellenico.

Quel che si spera, ovviamente, è che l’accordo definitivo possa dire che sinora il programma pattuito è stato applicato, sbloccare i finanziamenti futuri e far entrare la Grecia nel programma di alleggerimento quantitativo della Bce. Quel che ci si domanda, è a che prezzo potrà avvenire tutto ciò.

Atene cerca di vedere l’accordo in chiave positiva ed il governo di Syriza sottolinea che ci sarebbero anche gli spazi per poter far rientrare in vigore i contratti collettivi di lavoro che la crisi ha ormai praticamente cancellato. Ma bisogna comprendere quanto stretta sarà la “sorveglianza” a cui verrà sottoposta la Grecia a partire dalla fine del 2018, e se di fatto, come vuole il governo di Alexis Tsipras, potrà realmente uscire dal commissariamento, per aumentare le sue possibilità di manovra politica.

Il presidente dell’Eurogruppo ha fatto sapere che è desiderio di tutte le parti allontanarsi dalle politiche di austerità e porre maggior peso sulle riforme strutturali. È chiaro, tuttavia, che se queste riforme verranno declinate, da parte dei creditori, in chiave neo-liberista, i problemi non potranno mancare.
Atene, ovviamente, spera che nel frattempo possano iniziare a cambiare gli equilibri delle forze in campo, ad iniziare dalla Germania, dove una elezione di Martin Schulz alla cancelleria, potrebbe portare ad un dialogo molto meno rigido, allontanando i difensori dell’ordo-liberismo.

Nei prossimi sette giorni, prima dell’inizio delle trattative finali, bisognerà valutare con attenzione i messaggi che il quartetto manderà alla Grecia e viceversa. Tsipras pone come priorità la crescita e la stabilizzazione del quadro economico, ma non può cedere sul fronte dei diritti sociali. I creditori non si sono certo tramutati, come d’incanto, da falchi in colombe e insisteranno su deregolamentazione del mercato, cercando di avvantaggiare i datori di lavoro. Il braccio di ferro, non è finito.

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