Il precariato uccide. La storia di Michele

La lettera. Resa nota dai genitori la lettera di un grafico trentenne suicida: «Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità»

Ernesto Milanesi, il manifesto • 8/2/2017 • Lavoro, economia & finanza • 801 Viste

UDINE. Michele, grafico precario, ha scelto liberamente di non disegnare più il suo futuro. Ha lasciato una lunga lettera, pubblicata dal quotidiano Messaggero Veneto: il direttore Omar Monestier si è premurato di esaudire l’esplicita richiesta dei genitori. Vogliono denunciare una morte tutt’altro che privata, perché pesa come un macigno e rappresenta il dramma della «meglio gioventù» non soltanto a Nord Est.

«Michele era un ragazzo della generazione perduta che ha vissuto come sconfitta personale quella che per noi è, invece, la sconfitta di una società moribonda che divora i suoi figli» spiegano madre e padre, consegnando le ultime riflessioni scritte dal figlio.

E sono proprio le due righe del post scriptum che lo confermano esplicitamente: «Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi. Ho resistito finché ho potuto». La lettera di Michele comincia così: «Ho vissuto (male) per trent’anni. Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte».

Michele era stufo di porsi e sentire domande, esausto di colloqui di lavoro senza prospettiva, disilluso, preso in giro. «Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità» aggiunge lucidamente sconsolato.

Michele immagina un destino catastrofico e punta l’indice: «Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo d’identità, garanzie, punti di riferimento, e ormai anche di prospettive. Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione».

Michele si è dovuto arrendere alla continua sequenza di «no» che produce un’esistenza invisibile, il tradimento delle speranze, l’accantonamento dei giovani, la moltiplicazione delle sofferenze. Perfino la rabbia e l’odio cedono il passo alla libertà di uscire dall’incubo e alla sottrazione di un’esistenza obbligata all’incertezza senza mai via d’uscita.
«Basta con le ipocrisie. Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino».
La riflessione in punto di morte suona come una sentenza inappellabile nei confronti di chi ha propagandato il mitologico «modello Nord Est». Ma è anche un esplicito giudizio nei confronti del «buon governo riformista» che dalla scuola al lavoro sospinge le nuove generazioni verso la precarietà a vita. Tant’è che la lettera di Michele è rimbalzata subito dal Messaggero Veneto all’attenzione dei suoi coetanei che l’hanno condivisa nei social.

«Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento» conclude Michele.

La Grande Crisi è anche questo: secondo le statistiche dell’Osservatorio di ricerca sociale della Link Campus University, nel primo semestre 2016 si sono consumati 81 suicidi per motivi economici che diventano 628 nel periodo fra 2012 e 2015 (quest’ultimo anno record anche per i 135 tentati suicidi).

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