Prove di resistenza al capitalismo digitale

Nella galassia della “sharing economy” esiste anche il tentativo, da parte di una soggettività sempre più ampia ed eterogenea, di resistere alle difficoltà materiali e di creare nuovi orizzonti di senso. Ed emergono nuovi esperimenti di auto-organizzazione e mutualismo

Giacomo Pisani, il manifesto • 28/2/2017 • Lavoro, economia & finanza • 921 Viste

Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla lunga protesta dei tassisti, a Roma, contro l’emendamento Lanzillotta-Cociancich al decreto Milleproroghe che liberalizza il noleggio con conducente, che secondo loro agevolerebbe piattaforme come UberBlack e affini.

Si trattava di una norma che contribuiva ad eliminare i vincoli alla concorrenza nel settore dei trasporti, favorendo una più ampia penetrazione del mercato nella regolazione delle prestazioni, con effetti di ulteriore degradazione del lavoro e di auto-sfruttamento.

E’ questo quello che sta avvenendo, del resto, nel mondo delle piattaforme digitali, nell’ambito di quella che spesso viene frettolosamente ricondotta sotto il cappello unico di sharing economy. Le piattaforme sembrano configurarsi come spazi aperti e inclusivi, in cui la gestione dei ruoli e degli scambi è nelle mani degli utenti stessi. In molti casi tali scambi sono costituiti da vere e proprie prestazioni lavorative che, sempre più spesso, piuttosto che articolarsi nelle forme della collaborazione e della cooperazione, si configurano come attività on demand. Alla luce di ciò, alcuni sono giunti a distinguere la sharing economy dalla on-demand economy (o gig economy), in cui la condivisione e la collaborazione cedono il posto all’offerta di prestazioni a pagamento, per conto di un privato che detiene la proprietà della piattaforma, in assenza delle tutele previste per i lavoratori subordinati.

I proprietari delle piattaforme – spesso costituiti da corporation di grosse dimensioni – esonerati dal rispetto dei trattamenti economici e normativi previsti per le imprese, traggono profitto non solo dall’applicazione di una commissione a ciascuno scambio che avviene sulla piattaforma, ma soprattutto dall’estrazione di dati personali, gusti, preferenze, oltre che dalla vendita di banner pubblicitari. Essi mantengono inoltre un controllo centralizzato della piattaforma, espandendo al contempo la propria capacità di gestione biopolitica delle relazioni che in essa prendono forma.

Ora, siamo di fronte a due alternative. Contro un mercato che attenta ai diritti e alimenta la concorrenza, c’è chi rievoca il recupero del ruolo di pianificazione, da parte dello Stato, dell’economia. La principale rivendicazione dei tassisti, nei giorni scorsi, era proprio questa: porre un freno allo strapotere delle multinazionali, impedire che la concorrenza si imponga come principio unico di regolazione delle prestazioni lavorative, grazie agli algoritmi delle piattaforme digitali. E’ grazie a questi che, come ha recentemente evidenziato Tiziana Terranova in un’intervista a Il Manifesto, le piattaforme celano un modello di governo delle vite.

Bisogna però stare bene attenti ad evitare che tale rivendicazione sfoci nella difesa corporativa di prerogative e privilegi, incurante di tutto ciò che è attorno. Il rischio, a ben guardare, non può che essere dietro l’angolo, quando la funzione di tutela e di difesa dei diritti esercitata dal pubblico è in grado di coprire un numero sempre più ristretto di soggetti. Il compromesso fra capitale e lavoro su cui ha poggiato la mediazione costituzionale novecentesca, che ha piegato la crescita economica al riconoscimento di un orizzonte di diritti e di protezione sociale avanzato, è oggi totalmente saltato. I cambiamenti intervenuti nel modello di produzione, l’espansione del mercato a livello globale, uniti alle politiche liberiste degli ultimi anni, hanno favorito una progressiva mercatizzazione di sfere e processi un tempo regolamentati dallo Stato, determinando al contempo l’erosione di quella funzione di protezione ed emancipazione connessa con il lavoro.

In questo quadro, è impossibile non vedere, al cuore della sharing economy, anche il tentativo, da parte di una soggettività sempre più ampia ed eterogenea, di resistere alle difficoltà materiali e di creare nuovi orizzonti di senso. Nell’ampia galassia della sharing economy è possibile ritrovare esperimenti di auto-organizzazione e mutualismo, nonché di imprenditorialità collaborativa, che intersecano la costruzione di reti di protezione sociale “dal basso” e la produzione di valore economico. Basti pensare al coworking, ma anche a tante esperienze nate sulle piattaforme digitali stesse (produzioni digitali, gruppi di condivisione di oggetti e risorse etc.), in cui l’innovazione sociale e la cooperazione divengono fattori produttivi.

Tali esperienze, come abbiamo detto, nella maggior parte dei casi avvengono oggi su piattaforme di proprietà di grosse corporation che sfruttano il potenziale delle nuove forme di innovazione e cooperazione fino alla costruzione di veri e propri monopoli. Ma non è tutto. La persistenza del paradigma proprietario e della dipendenza economica come condizione di sopravvivenza, costituisce un freno alla piena realizzazione dell’innovazione sociale, nei termini della creatività, dell’autodeterminazione e della cooperazione, e la piega alla subordinazione e all’autosfruttamento.

C’è un’altra possibilità, allora, che ci si apre, in alternativa all’alzata dei muri per difendere i pochi sopravvissuti nella cittadella ormai assediata da quella moltitudine che bussa alle porte del mondo, rivendicando diritti e dignità. Non ci resta che abbatterli quei muri, e provare a immaginare delle forme di governance che favoriscano l’auto-valorizzazione della cooperazione e l’equa organizzazione sia delle modalità di lavoro che della distribuzione degli utili, al di fuori della proprietà tradizionale, e che si traducano in nuove istituzioni improntate all’equità, all’inclusione e alla condivisione.

Diritti e dignità, allora, per quel lavoro “tradizionale” martoriato dalle politiche liberiste degli ultimi decenni, ma anche la possibilità, da parte di quel mondo di partite iva, lavoratori della conoscenza, precari, co-worker, etc., di auto-determinarsi e di progettare il proprio futuro liberamente, al di fuori di quella razionalità neo-liberista che vincola l’autonomia e la dignità individuali alla soggettivazione auto-imprenditoriale aderente ai parametri del mercato. In questa chiave, imprescindibile è il ruolo del reddito di esistenza universale che, liberando i soggetti dal ricatto della sopravvivenza, costituirebbe al contempo uno stimolo al pieno sviluppo della cooperazione e dell’innovazione sociale.

La sfida, allora, va ben oltre i saluti romani e le rivendicazioni corporative. E’ in gioco un modello di sfruttamento e di governo in cui siamo tutti implicati, da cui non si esce alzando muri e confini ma moltiplicando i punti di resistenza, tessendo alleanze, immaginando e costruendo nuove istituzioni.

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