Romania in piazza contro la depenalizzazione della corruzione

Al centro del dibattito la decisione di modificare l’articolo 267 del codice penale e alzare fino a 200mila Lei (circa 50mila euro) la soglia per cui l’abuso di ufficio non verrà più perseguito penalmente

Gianluca Falco, il manifesto • 2/2/2017 • Europa, Internazionale • 561 Viste

BUCAREST. C’è fermento in Romania dopo l’approvazione da parte del nuovo governo, guidato dal socialdemocratico Sorin Grindeanu, dell’ordinanza di urgenza che prevede la grazia e la depenalizzazione di diversi reati legati alla corruzione, primo fra tutti quello dell’abuso d’ufficio e di illeciti nella pubblica amministrazione.

Martedì sera, subito dopo che le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia, migliaia di persone, che già domenica sera avevano affollato le piazze delle principali città rumene, si sono riversate, in un moto spontaneo nato con il passaparola sui social, nelle strade di Bucarest chiedendo le immediate dimissioni dell’esecutivo.

Al centro del dibattito che ha infuocato il paese e che mette seriamente a rischio la lotta alla corruzione, la decisione di modificare l’articolo 267 del codice penale e alzare fino a 200mila Lei (circa 50mila euro) la soglia per cui il reato di abuso di ufficio, per il quale erano previste pene tra i 2 e i 7 anni, non verrà più perseguito penalmente. Chi lo ha fatto in passato, è libero. Chi ha ricevuto una condanna tra i 5 e i 7 anni, vedrà dimezzata la propria pena (la grazia è prevista per reati fino a 5 anni). Chi lo farà stando attento a non superare i 50mila euro, verrà punito con una semplice ammenda.

Una decisione presa in estrema fretta dal governo, senza il necessario dibattito che era stato chiesto dall’opposizione, in particolare dalla nuova forza politica, apparsa alle ultime elezioni dello scorso dicembre, Uninunea Salvati Bucuresti dell’ex candidato a sindaco di Bucarest, Nicusor Dan. Un’ordinanza, accusano dall’opposizione, fatta su misura per il leader del Partito socialdemocratico (Psd), Liviu Dragnea, la cui candidatura a primo ministro da parte dell’alleanza di governo Psd-Alde, era stata rifiutata dal presidente della Repubblica, Klaus Iohannis, proprio perché incriminato per corruzione (dopo aver già ricevuto una condanna definitiva a due anni per il tentativo di truccare i voti al referendum sulla destituzione dell’allora presidente, Traian Basescu). L’accusa? Abuso d’ufficio. Il danno all’erario? Circa 110mila Lei.

La modifica non giova a livello di immagine a un paese sotto stretta sorveglianza dell’Unione Europea soprattutto sul tema della corruzione. La Romania ancora non è riuscita a ottenere il pass per entrare nello spazio Schengen, proprio per i reiterati richiami da parte della Commissione a procedere alla riforma della giustizia e ad aumentare i controlli sulla corruzione. «La lotta alla corruzione – hanno dichiarato in una nota comune il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, e il vice Frans Timmermans – deve avanzare e non essere minata. Seguiamo con grande preoccupazione le recenti evoluzioni in Romania». Nella stessa nota si precisa che «il rapporto pubblicato dalla Commissione la scorsa settimana, ha salutato con soddisfazione il bilancio positivo realizzato da procuratori e giudici della Romania per quanto riguarda la lotta alla corruzione, ma qualsiasi misura che possa condizionare o rallentare questo processo, avrà un impatto sul prossimo rapporto».

Veemente anche la reazione del presidente della Repubblica Iohannis, che prima di entrare al Consiglio Superiore della Magistratura riunitosi ieri mattina, ha definito l’ordinanza «inammissibile, inaccettabile, scandalosa, una presa in giro senza precedenti che il governo ha preso in fretta, senza il consenso del Csm, senza che venisse inclusa nell’ordine del giorno, su un argomento tanto delicato come il codice penale».

Lo stesso Iohannis ha poi chiesto formalmente al primo ministro Grindeanu di annullare l’ordinanza di urgenza.

L’atmosfera è incandescente e arrivano le prime dimissioni. A fare subito un passo indietro è il segretario di Stato del Psd, Daniel Sandru che ha dichiarato: «La Romania non può progredire con la menzogna e il disprezzo delle richieste dei rumeni. Gli abusi non posso essere corretti con abusi ancor più grossi».

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