La partita giudiziaria deciderà le elezioni in Francia

Fillon convocato dai pm “Un assassinio politico” Un vantaggio per Le Pen

BERNARDO VALLI, la Repubblica • 2/3/2017 • Internazionale • 606 Viste

L’ELEZIONE dell’ottavo presidente della Quinta Repubblica si è trasformata in un dramma giudiziario. In cui si affrontano politici e magistrati. La trama non è nuova per noi cisalpini. Ma la versione parigina è più cruda. Ha toni più da dramma che da operetta. Si svolge nel quadro del principale avvenimento nel sistema politico ideato da de Gaulle: la gara per la nomina del monarca- repubblicano che per cinque anni può disporre di ampi poteri. La vita politica francese si svolge attorno a questo appuntamento. E adesso è sovrastato da una minaccia: il populismo di Marine Le Pen che ne può trarre vantaggio.

FRANÇOIS FILLON, deputato della destra un tempo gollista, ed ex primo ministro, sembrava fino a qualche settimana fa il favorito. L’inchiesta giudiziaria che l’ha sorpreso nel pieno della campagna elettorale è per lui «un assassinio politico ». È un complotto ordito per impedire al candidato della destra democratica di varcare la soglia del palazzo dell’Eliseo. Lui andrà alla convocazione dei giudici istruttori, fissata per il 15 marzo (e per la moglie Penelope due giorni dopo), durante la quale gli sarà notificato probabilmente un avviso di garanzia. Ma quell’invito è per lui una sfida alla democrazia. Quel che conta per Fillon è il suffragio universale, la cui legittimità è superiore a quella dei magistrati. Nella patria di Montesquieu, che ha scandito i tre poteri indipendenti uno dall’altro, la difesa di Fillon ha suscitato reazioni vivaci. Anzitutto quella del capo dello Stato uscente, François Hollande, che in un comunicato ha ricordato che «nessuno può sottrarsi alla giustizia».
L’affare Fillon ha sconvolto l’intero panorama politico francese, già traumatizzato dagli avvenimenti delle ultime settimane. La tattica difensiva di Fillon, almeno nei toni, va al di là dell’elezione presidenziale. Ha chiesto alla sua base di mobilitarsi, non tanto per difendere la sua persona, ma per impedire che l’autentica alternanza del potere venga imbavagliata. Ieri ha parlato da tribuno. Questa posizione estrema dell’ex primo ministro va oltre quella espressa alcuni giorni fa, quando assicurava che nel caso di un’inchiesta giudiziaria lui avrebbe rinunciato alla candidatura. Aveva del resto deplorato il fatto che i suoi concorrenti nell’ambito della destra (Alain Juppé e Nicolas Sarkozy) fossero stati sottoposti a inchieste giudiziarie. Questi precedenti non avrebbero dovuto consentire una loro candidatura alla massima carica dello Stato. Ma poi lui stesso è stato colpito.
Negli anni in cui era deputato, François Fillon non è stato trasparente come proclamava di essere. Ha indicato come collaboratori nell’attività parlamentare la moglie Penelope e i due figli, ancora studenti. Insieme avrebbero ricevuto negli anni in cui figurarono come tali circa novecentomila euro, senza mai mettere piede in Parlamento. La famiglia avrebbe inoltre usufruito di altri vantaggi economici, in aperto conflitto di interesse.
Le rivelazioni del Canard Enchainé hanno folgorato Fillon, fino ad allora presentato come l’incarnazione della correttezza, e personaggio apprezzato in particolare dall’elettorato cattolico, appagato nel vedere ormai uno di loro sul trono repubblicano dell’Eliseo. Il devoto fedele incontrato nelle cerimonie religiose è emerso con sorpresa alle primarie della destra proprio per queste qualità di cattolico esemplare. Un successo in un Paese tradizionalmente laico adesso in preda a quel che può essere interpretata come una ripresa religiosa, dopo le manifestazioni contro il matrimonio gay, ed anche l’affermazione dell’identità cristiana rispetto alla folta presenza musulmana.
All’inizio della campagna elettorale Alain Juppé, il sindaco di Bordeaux, è stato designato dai sondaggi come il candidato che avrebbe sconfitto al ballottaggio, ai primi di maggio, la presidente del Front National. Marine Le Pen sarebbe arrivata in testa al turno iniziale di fine aprile, ma sarebbe stata neutralizzata da un fronte democratico formatosi per evitare una presidente populista. Il moderato Juppé non dispiaceva neppure a una parte dell’elettorato di sinistra.
Ma alle primarie di destra François Fillon ha eliminato i veterani Sarkozy e Juppé, e ha cominciato la sua marcia trionfale verso l’Eliseo. Indebolita dai pallidi cinque anni di François Hollande, la sinistra era fuori gioco, al punto che lo stesso Hollande non ha osato ripresentarsi, come i suoi predecessori, che avevano sempre cercato, non sempre con successo, di conquistare un secondo mandato.
La rinuncia di Hollande è stato un inedito, seguito poi, alle primarie del partito socialista, dalla vittoria di Benoît Hamon, esponente della corrente di sinistra. La sconfitta dei riformisti, dei quali Manuel Valls, l’ex primo ministro, era il capofila, non è stata digerita. Ma l’intera campagna elettorale è stata sconvolta dalle accuse di “non trasparenza” rivolte a François Fillon…
Finora Fillon rifiuta di rinunciare alla candidatura. Non vuole ritirarsi. Tenacia e orgoglio, ma anche il desiderio di sconfiggere i giudici inquisitori dietro i quali pensa di intravedere i socialisti e lo stesso Front National, lo spingono a non cedere. Le sue probabilità di essere eletto presidente sembrano tuttavia svanite. Non avrà una rivincita completa sulla giustizia. Stando ai frequenti sondaggi subisce una continua emorragia di consensi virtuali. La sua base elettorale gli sarebbe rimasta fedele, garantendogli circa il venti per cento. Ma la sua vulnerabile trasparenza e la fragilità socialista favoriscono il giovane Emmanuel Macron.
Macron ha trentanove anni, è stato vicedirettore generale all’Eliseo con François Hollande, e poi suo ministro dell’Economia, prima di tentare da solo la gara presidenziale. È un candidato ibrido, destra-sinistra, che si dichiara progressista e presenta un programma vago. L’immagine è nuova per il grande pubblico. È un giovane esperto che ha lavorato per le grandi banche, che lo sostengono, ed è in apparenza senza macchia, vista l’età e la mancanza di vincoli. Tanto che dopo essere stato a lungo socialista, ha fondato un suo movimento, “In marcia!”, diventato uno slogan di successo.
Sembra l’uomo della situazione.
Fillon è un candidato destinato alla sconfitta: ma “Les Républicains”, il suo partito, non sa come o con chi sostituirlo. Juppé e Sarkozy non sono disposti a sacrificarsi per lui. Gli altri dirigenti “républicains” gli riservano una solidarietà di facciata. Le defezioni sono già numerose. Un partito alleato, l’Udi, Unione dei democratici e degli indipendenti, ha già abbandonato Fillon. Ma può un partito erede, sia pur bastardo, del movimento gollista essere assente da una gara presidenziale?
Non pochi elettori di destra guardano già Macron come una possibile alternativa a Fillon. Il partito centrista, Movimento democratico, di Francis Bayrou, si è schierato con Macron portandolo, con il cinque per cento, in seconda posizione, davanti a Fillon, e quindi al ballottaggio di fronte a Marine Le Pen. Che potrà sconfiggere come campione antipopulista anche grazie ai voti di molti socialisti riformisti, che insieme a Manuel Valls non gradiscono il radicalismo di Benoît Hamon, il loro candidato ufficiale. Il dramma giudiziario parigino ha sconvolto il panorama. Ma manca ancora più di un mese al primo turno di fine aprile e al ballottaggio dei primi di maggio, e si possono avere altre sorprese, sulle quali conta Marine Le Pen. Pure lei ha problemi con la giustizia. Ha usato per sé, per il suo partito, collaboratori pagati dal Parlamento europeo, di cui è deputata: i giudici l’hanno convocata, ma lei, al contrario di Fillon, ha rifiutato l’invito, arroccandosi nell’immunità parlamentare.

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