Violenza domestica, Strasburgo condanna l’Italia

Corte europea dei diritti umani. Caso Talpis, la Cedu condanna lo Stato italiano per aver sottovalutato le denunce di una moglie. L’uomo, disagiato e alcolista, tentò l’uxoricidio e uccise suo figlio Ion, di 19 anni

Eleonora Martini, il manifesto • 3/3/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa • 634 Viste

L’Italia nuovamente condannata per mala giustizia. Questa volta però non c’entrano le carceri, la lentezza dei processi o l’impunità delle forze dell’ordine. Per la prima volta, la Corte europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano per non aver saputo prevenire un caso di violenza domestica più volte denunciato che è poi finito in omicidio, e per aver discriminato una donna moldava che aveva bisogno di aiuto e sostegno da parte delle autorità – tutte – alle quali si era rivolta.

È UN CASO COME TANTI, quello che si consuma a Remanzacco (Udine) la notte del 26 novembre 2013. Questa volta la famiglia è moldava: Andrei Talpis, Elisaveta e due figli, di cui uno, Ion di 19 anni, muore quella notte ucciso dal padre mentre tentava di difendere sua madre dall’ennesima aggressione.

«Quella sera – racconta l’avvocata Titti Carrano, una dei due legali che hanno fatto ricorso a Strasburgo – il marito violento, che lei aveva denunciato ripetutamente e che era stato fermato quel giorno stesso in stato di ubriachezza ma era stato rilasciato, torna a casa, uccide il figlio che era intervenuto per difendere la madre e riduce in fin di vita la moglie». Spiega ancora Carrano che «nella storia di questa donna ci sono tutti gli elementi di violenza ripetuta, grave e soprattutto sottovalutata e non riconosciuta». La signora infatti «si era rivolta a una casa rifugio a Udine – riferisce ancora l’avvocata – ma il Comune non aveva voluto pagare la retta perché non riteneva la sua situazione così grave. Per un po’ di tempo lei era rimasta gratuitamente, ma poi era tornata a casa. L’uomo non era mai stato allontanato, malgrado i referti ospedalieri delle violenze». In sostanza, «non ci sono state le misure cautelari nei confronti dell’uomo, non c’è stata la protezione della donna, non c’è stato nulla».

E INFATTI PER I GIUDICI di Strasburgo l’Italia ha violato gli articoli 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione europea dei diritti umani. La sentenza, che ha riconosciuto alla ricorrente 30 mila euro di indennizzo da parte dello Stato italiano per danni morali e 10 mila per le spese legali, sottolinea l’«atteggiamento passivo dell’autorità giudiziaria» davanti alle ripetute denunce, che ha creato «una situazione di impunità che ha portato al ripetersi di atti di violenza». Tanto che la donna viene ascoltata per la prima volta dai magistrati nell’aprile 2013, ben sette mesi dopo essere finita in ospedale e aver sporto denuncia. E nell’agosto 2013 il procedimento aperto sui maltrattamenti viene archiviato, salvo poi arrivare nell’ottobre 2013 ad un’ammenda di 2 mila euro comminata al marito giudicato colpevole di lesioni.

Il procuratore di Udine, Antonio De Nicolo, che all’epoca dei fatti non era a capo dell’ufficio ma venne poi interpellato dal ministero di Giustizia per sostenere le ragioni dell’Italia davanti alla Cedu, ribatte invece che «in un verbale» la signora Elisaveta ritrattò le precedenti dichiarazioni, sostenendo «che erano state mal interpretate, forse anche per un problema di traduzione».

UNA CIRCOSTANZA CHE comunque non attenua la responsabilità delle autorità, che hanno, secondo la Cedu, l’«obbligo di proteggere la vita delle persone». Per Strasburgo, infine, «la vittima è stata oggetto di discriminazione, in quanto donna, per quanto concerne la mancanza di azioni da parte delle autorità, che hanno sottovalutato la violenza in questione e quindi, in ultima analisi, l’hanno avallata».

Una storia complessa, che mette in evidenza l’inadeguatezza degli operatori, delle strutture e dei servizi, per come sono organizzati e anche a causa «della mole di lavoro che hanno», come sottolinea l’avvocato Mete, legale di Talpis. Che spiega: «Andrei era un soggetto profondamente disagiato, affetto da un alcolismo cronico che viveva in una situazione familiare per lui insoddisfacente. La situazione avrebbe dovuto essere affrontata in modo più approfondito in precedenza».

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